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15/04/2017

50 anni senza Totò: quando la critica non riconobbe il suo genio

50 anni senza Totò: quando la critica non riconobbe il suo genio

La classe di un calciatore si vede anche quando gioca da fermo. La tecnica s’impara, ma il resto è qualcosa di profondo e innato che nessuno potrà mai imitare. Totò è stato un calciatore di classe nel mondo dello spettacolo. Che si trattasse delle tavole del palcoscenico (il suo habitat naturale) o di un set cinematografico, ha sempre lasciato un segno particolare, un guizzo nello sguardo piuttosto che nella battuta irresistibile. Una per tutte, improvvisata al momento in Totò, Peppino e la dolce vita (1960) di Sergio Corbucci: la richiesta di una bottiglia di Moët & Chandon che si trasforma nel napoletanissimo «‘mo esce Antonio».

Sembra incredibile sia scomparso già da mezzo secolo – era la notte di sabato 15 aprile 1967 – ma in realtà Totò non ci ha mai lasciati, è rimasto accanto a noi a farci ridere con i suoi film e le sue apparizioni televisive, rilanciate continuamente dalle reti con immutato successo, ripubblicate infinite volte in Dvd. Un materiale così vasto da catturare l’attenzione degli spettatori di ogni età. Ed è questo il motivo per cui Totò è conosciuto anche dalle generazioni più giovani: è un attore del nostro tempo e non un’icona del passato come Chaplin o Stanlio e Ollio.

Pochi avrebbero potuto prevedere un risultato simile, lui stesso, negli ultimi anni di vita, temeva di aver fallito la sua missione: «Sono ormai all’età in cui si tirano le somme e non ho fatto nulla. Noi attori siamo solo venditori di chiacchiere». Questa convinzione, smentita già al suo funerale, seguito da migliaia di persone, nasceva dal rammarico di esser stato a lungo oggetto di critiche superficiali e supponenti da parte dei giornalisti, che al massimo lo riconoscevano come una maschera, un simpatico guitto.

Molti critici importanti lo mortificarono, lasciando spesso la recensione dei suoi lavori ad anonimi Vice. Di Totò, Peppino… e la malafemmina (1958) di Camillo Mastrocinque, entrato nella storia del cinema per alcune scene indimenticabili (l’arrivo a Milano dei fratelli Caponi, la richiesta di indicazioni in piazza del Duomo e la stesura della lettera) il Vice di turno dell’Avanti! scrisse: «Una farsa grossolana urlata in napoletano dalla prima all’ultima scena (…). È avanspettacolo e fumetto della peggior qualità, né la presenza di bravi attori come Totò e Peppino De Filippo si fa avvertire, almeno sul piano della buona recitazione». A parte la delicatezza di orecchie del recensore, offeso da imprecisate urla, che in più confondeva l’accento napoletano con il parlare in napoletano, si comprende come Totò soffrisse nel venire definito bravo e immediatamente dopo incapace di una buona recitazione.

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Ancora più duro un commento, stavolta soltanto anonimo, per Totò, lascia o raddoppia? (1956) ancora di Mastrocinque : «Il film in realtà non ha una trovata originale (…) non una battuta studiata; solo un arruffato e gratuito canovaccio dove Totò è lasciato libero a dar fondo al più sciocco repertorio di giochi di parole». Non tutte le critiche rimasero però senza nome. La scrittrice Elsa Morante ad esempio, agli inizi degli Anni Cinquanta nelle recensioni ora raccolte da Einaudi nel libro La vita nel suo movimento (vedi pag.2) sosteneva: «Totò si accontenta degli effetti comici del suo personaggio. E per meglio ottenerli, si giova, talvolta anche troppo, della sua maschera animatissima e della sua vivacissima mimica meridionale». Per fortuna in famiglia non tutti la pensavano come lei.

Totò, Peppino… e la malafemmina

Lo scrittore Alberto Moravia, allora suo marito, si entusiasmò per Totò a colori: «Pensiamo per esempio ai quindici minuti durante i quali (…) Totò sta continuamente a starnutire e non ci riesce. Cosa significa, cosa comunica uno starnuto? Nulla, assolutamente nulla. Eppure tutta la sequenza è di una comicità irresistibile». Ci volle un altro scrittore e regista, appassionato dei piaceri della vita come Mario Soldati, per dare finalmente a Totò sulle pagine de L’Europeo il giusto riconoscimento nella recensione di Che fine ha fatto Totò Baby? di Ottavio Alessi (1964): «Caro Totò, in ogni modo, grazie. Grazie di averci tanto divertito. Nella tua carriera e nell’esattezza del ritmo del tuo più piccolo lezzo c’è qualche cosa di indomito: un esempio per tutti, e una lezione. Anche di questo, grazie».

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Impossibile oggi scegliere i titoli da avere in videoteca: oltre a Totò Sceicco (1950) e Miseria e nobiltà (1954) di Mario Mattoli, Guardie e ladri di Steno e Monicelli (1951), Totò, Peppino… e la malafemmina e Uccellacci e uccellini (1966) di Pier Paolo Pasolini, non possono mancare Totò a colori e Totò Diabolicus (in cui interpretava addirittura cinque ruoli), il dolente e disperato Risate di gioia con Anna Magnani e la godibile apparizione ne I soliti ignoti nei panni del consulente allo scasso Dante Cruciani («Buongiorno brigadiere, come vede, si lavicchia»), ma anche il don Vincenzo di Operazione San Gennaro di Dino Risi e La banda degli onesti (scritto da Age e Scarpelli) senza dimenticare due marescialli con un’altra leggenda come Vittorio De Sica e il classico Siamo uomini o caporali?. Insomma, per chi oggi vuole andare alla riscoperta del genio di Toto` c’e` l’imbarazzo della scelta tra Dvd e streaming (su Infinity trovate otto titoli, da Totò d’Arabia Letto a tre piazze) e, con buona pace di chi non ha saputo apprezzarlo, anche noi lo ringraziamo per non aver mai smesso di farci divertire, anche quando, rimasto praticamente cieco e incerto nei movimenti per le luci troppo forti sul set, si animava improvvisamente al rumore del ciak, scattando come se avesse avuto la vista di un ragazzino.

Valerio Guslandi

Produzione riservata
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