La famiglia, tormento e rifugio: in casa tutti bene Gabriele Muccino torna ai suoi temi più cari, quelli che da Ecco fatto, il primo film vent’anni fa, rendono riconoscibile con un solo sguardo il suo cinema. E con A casa tutti bene, in sala dal 14 febbraio, torna anche fisicamente in Italia dopo 12 anni a Hollywood e il passaggio di L’estate addosso, con produzione e cast italiani, ma girato negli Usa. «Come Ulisse a Itaca», dice Muccino stesso, il rimpatrio è a un’isola, Ischia, teatro unico del suo affresco famigliare che attraversa tre generazioni, dai nonni (Stefania Sandrelli e Ivano Marescotti), che si sono ritirati lì dopo la pensione, e la zia (Sandra Milo), ai figli Carlo (Pierfrancesco Favino), Paolo (Stefano Accorsi) e Sara (Sabrina Impacciatore) e i cugini Sandro (Massimo Ghini) e Riccardo (Gianmarco Tognazzi), fino ai figli di tutti, adolescenti e bambini che dalla piscina in giardino, costruita apposta per il film, osservano gli adulti confliggersi nelle loro nevrosi.

I protagonisti di A casa tutti bene

Il teatro centrale è la casa di famiglia, nella realtà la splendida Villa Gancia a Forio, un gioiello anni ‘50. Il motore del film è invece la grande mareggiata che blocca i componenti della famiglia sull’isola: erano arrivati a Ischia per festeggiare per qualche ora le nozze d’oro dei nonni, ci rimarranno tre giorni. «Una situazione claustrofobica che fa venire a galla le singole nature di tutti e le mette in conflitto con quelle degli altri», anticipa Muccino. Anche perché ognuno è a un punto critico della sua vita. Sandro/Ghini ha un principio di Alzheimer, comincia a non ricordare: la moglie Beatrice (Claudia Gerini) è sospesa tra l’amore a la difficoltà di affrontare la malattia. La moglie (Carolina Crescentini) di Carlo/Favino non sopporta che alla festa sia stata invitata anche l’ex consorte (Valeria Solarino). Paolo/Accorsi è il poeta che la madre considera l’artista della famiglia, ma in realtà non ha ancora trovato la sua strada. Sara/Impacciatore (che ha collaborato anche alla sceneggiatura) non sa che il marito (Giampaolo Morelli) l’ha tradita, mentre Riccardo/Tognazzi e la compagna (Giulia Michelini), l’anima proletaria del film che solleva il tappeto delle ipocrisie, aspettano un bambino e sono senza soldi. E poi c’è la cugina Isabella (Elena Cucci), che ha dovuto rimboccarsi le maniche e rinunciare ai suoi sogni. A casa tutti bene ricongiunge molti punti del cinema intimista “à la Muccino”, come la presenza forte, quasi teatrale, degli interpreti in scena, la macchina da presa che passa alta sopra ai personaggi stesi a letto a riflettere, i tanti piani sequenza, come quello da “primo bacio” dell’adolescente Luna (Elisa Visari) e il suo migliore amico, che fanno l’amore per la prima volta.

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Com’è nata l’idea di questo affresco famigliare?

È arrivata all’improvviso un anno fa: volevo ritrarre una grande famiglia che rimane bloccata per giorni su un’isola. Questa situazione scatena dinamiche emotive e relazionali che rappresentano tutti i codici di comportamento, di conflitto, armonia e disarmonia, che viviamo nelle nostre esistenze, a tutte le età. Con in più uno spettro di classi sociali diverse.

A che punto è arrivata quindi la famiglia nel cinema di Muccino?

A una sorta di resa dei conti. Non potendo fuggire, questi personaggi sono costretti a fare i conti con se stessi e con i loro demoni. Si trovano davanti a un’ultima possibilità: comprendersi o non capirsi mai più.

Come ha composto un cast così variegato anche per stratificazioni d’età?

Con moltissima cura, come in ogni mio film. Per essere sicuro che ognuno fosse l’attore più giusto, e per testare l’ “alchimia di coppia”, ho fatto dei provini incrociati: la chimica tra i personaggi di questa famiglia era una componente importantissima. È come se tutti avessero una storia vera alle spalle che non conosciamo. C’è un’aderenza degli attori ai personaggi, magari non da un lato strettamente biografico ma da un punto di vista emozionale. Del resto è il vissuto che costruisce la nostra sensibilità artistica.

Qui ritrova alcuni degli attori che ha lanciato con L’ultimo bacio, come Accorsi, Favino e Impacciatore. Si sente il “padre” di quella generazione di interpreti?

Per questioni di età mi sento più un loro grande compagno di avventura. Vivere insieme quell’esperienza e ciò che ha portato alle nostre vite ha creato un condiviso senza prezzo che tutti ci portiamo dietro. La fiducia e il rispetto reciproco è profondo e contagioso verso quelli che non avevano mai lavorato con me. Tutti si sono sentiti come in una grande casa dove potevano lasciarsi andare, in una sorta di zona protetta.

E poi c’è il ritorno di Sandra Milo…

Avevo quasi un’ambizione di mettere dentro al film la storia del nostro cinema, dalla Milo a Stefania Sandrelli fino a Favino, Accorsi, Gerini, Ghini, per approdare agli adolescenti. Mi piaceva questa idea di fare una grande citazione del cinema. Sandra ha una fortissima personalità e ha trasformato il personaggio di Maria, una donna che si vuole nascondere alla vita: nella sua invisibilità, l’ha resa fortemente visibile.

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A casa tutti bene

Com’è stato tornare a girare interamente in Italia? È un caso che si sia chiuso su un’isola?

Che un regista faccia un film a Los Angeles o a Ischia, la grammatica rimane la stessa. Il contenuto del film e l’alchimia tra gli attori invece cambiano sempre In questo caso il fatto che gli attori fossero letteralmente costretti a convivere a Ischia per due mesi ha aiutato la presenza forte che hanno sulla scena: l’isola è diventata una sorta di coprotagonista.

Tornano anche lunghi piani sequenza, uno dei tratti distintivi del suo cinema…

Ho un’affezione per i piani sequenza perché ho sempre l’impressione che ogni taglio di montaggio sia una frattura del racconto. Vivo meglio l’esperienza narrativa e credo che anche gli attori possano esprimere meglio le loro emozioni senza limitazioni fisiche. L’ho fatto soprattutto nei miei film italiani: se avessi girato in quel modo con Will Smith mi avrebbero chiesto di modificare il mio modus di lavoro.

Perché?

Gli americani vogliono la possibilità di rimettere le mani al montaggio, mentre il mio modo di lavorare è di fatto senza “piani B”. Quando giri un piano sequenza di tre minuti devi essere lucido e preparato prima di arrivare sul set.

È vero che si è ispirato al cinema di Scola e Pietrangeli?

Sì. Qui, più che in tutti i miei film precedenti, ho messo il cinema che ho amato e col quale mi sono formato. Mi ci sono ispirato per tono, atmosfera, punto di vista sulla vita e anche per la spietatezza dello sguardo. Prima forse non ero pronto a essere così lucido: si invecchia e la vita ti insegna molte cose.

Per esempio?

La vita ti mette davanti alla tua immagine: c’è chi riesce a guardarla e chi no. E questo lo racconto nel personaggio di Sara (Sabrina Impacciatore, nda) che non vuole riconoscere la propria realtà. Il confronto con noi stessi prima o poi arriva: non tutti riescono a elaborarlo. Ho cercato di raccontare la capacità di riconoscere i nostri errori, i “danni collaterali” che abbiamo provocato a noi stessi e agli altri.