I 40 anni di Animal House: perché è diventato un fenomeno culturale

Quando la Universal Pictures diede il via libera alla realizzazione di Animal House con un budget “modesto” di tre milioni di dollari, un dirigente del gruppo disse: «Al diavolo, è uno stupido filmetto e se raccatteremo una manciata di monetine saremo pure fortunati: lasciamo che i ragazzi facciano quello che vogliono fare!». Invece si sbagliava di grosso, non solo perché il “filmetto” incassò 141 milioni di dollari (non comprendendo il relativo merchandising), ma anche perché nel 2000 l’American Film Institute l’ha inserito nella lista delle cento migliori commedie americane di tutti i tempi e l’anno successivo è stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Che cosa dunque ha portato Animal House a trasformarsi in un fenomeno culturale, inaugurando il filone dei college movies (da La rivincita dei nerds alla serie di American Pie, passando per Porky’s) con le armi di una satira intransigente, politicamente scorretta e contro le istituzioni? Innanzitutto il fatto che l’ispirazione proveniva da una rivista di culto, National Lampoon, creata da Douglas Kenney, Henry Beard e Robert Hoffman nell’aprile 1970, edita da Matty Simmons, che aveva anche prodotto il primo spettacolo con John Belushi, Chevy Chase e Christopher Guest, Lemmings; detto magazine era zeppo di spunti comici, propositivo di una satira al vetriolo contro le ipocrisie borghesi e le convenzioni sociali, con specifico interesse verso il settore scolastico.

John Belushi in Animal House

 

Per i pochi che non conoscessero la vicenda (basata anche su esperienze autobiografiche dell’équipe di sceneggiatori), ricordiamo che si svolge nel 1962 e, attraverso l’osservazione privilegiata di due matricole, Larry e Kent, narra dei conflitti tra due confraternite universitarie del Faber College, la Omega e la  Delta. La prima, classista, massonica, fortemente gerarchizzata e militaresca; la seconda, frequentata dagli studenti più asini, ribelli e goliardi. Siamo prima del Vietnam, ma già serpeggia nel campus uno spirito di rivolta che porterà, tra un memorabile toga party, seduzioni fraudolente (con reggiseni dai ferretti impossibili da sganciare), una riunione del comitato disciplinare, a una contestazione della parata finale. Non mancano un rettore che si accanisce contro i ragazzi della Delta, un sindaco corrotto, spogliarelli improvvisati alle finestre, un delizioso omaggio a un cartoon disneyano del 1938 (Paperino e il diavolo) e la musica black di Otis Day and the Knights.

Se ancora oggi il film mantiene inalterata la sua freschezza è anche perché John Landis e i suoi sceneggiatori non commentano mai gli avvenimenti che vediamo con sdegno politico-sociale, non li enfatizzano riducendoli a retoriche pietrificate, ma lasciano che sia lo spettatore a cogliere sia pure in qualche fuggente inquadratura (ne citiamo una per tutte, quella in cui uno dei carri che finisce distrutto dalle iniziative devastatrici dei Delta è composto da due enormi mani, una bianca e una nera, che vengono separate, come a significare la fine di quel conformismo verso un’integrazione che non esiste) il senso di un’epoca spensierata e ottimista che sta per finire per sempre.

Doveroso a questo punto sottolineare come la prestazione attoriale “bigger than life” di John Belushi (qui al suo primo ruolo cinematografico) nei panni del rozzo e svalvolato Bluto sostenga l’impalcatura del film: Landis ebbe a dire che John era «un incrocio tra Harpo Marx e il pupazzo Cookie Monster, il vorace divoratore di Sesame Street». Il successo sensazionale del film spinse il team di sceneggiatori a pianificare un sequel ambientato nel 1967 nel quale il gruppo dei Delta si ritrovava per il matrimonio di Pinto a Haight-Ashbury, San Francisco. La Universal Pictures temporeggiò e la morte improvvisa e traumatica di Belushi fece sì che il progetto venisse accantonato per sempre.

La celeberrima frase detta da Bluto, «Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare: chi viene con me?», acquista a quarant’anni di distanza un retrogusto meno gradevole e tanto più bruciante.