Il 67mo Festival di Berlino ha aperto i battenti con Django dedicato al musicista Django Reinhardt: ecco perché era il titolo giusto per inaugurare la Berlinale

Chi si aspettava un classico biopic sul Django Reinhardt, leggendario chitarrista jazz venerato anche da Woody Allen (che infatti lo evoca in Accordi e disaccordi) è rimasto deluso. Oppure ha tirato un gran sospiro di sollievo. Il film che ha aperto un po’ a sorpresa la 67esima edizione del Festival di Berlino, opera prima del francese Etienne Comar, Django per l’appunto, si concentra su due anni della vita dell’artista, il 1943 e il 1944, per trasformarli in una parabola su potere sovversivo della musica, sul ruolo e le responsabilità degli artisti in tempi politicamente turbolenti. Incontriamo infatti Django (Reda Kateb) nella Parigi occupata, alla vigilia di una tournée in Germania, che prevede una tappa a Berlino.

(guarda in alto la gallery del red carpet di Django)

La fama del musicista è alle stelle, adorato persino dai nazisti che oltre agli ebrei stanno rastrellando pure i gitani come Reinhardt, al quale viene concessa l’opportunità di esibirsi davanti a Goebbels e al Führer in persona, a patto che non suoni jazz, musica degenerata, “musica da negri”, e utilizzi solo strumenti “ariani”: benissimo il pianoforte, vietati i tamburi. Ma Django non ci sta, e messo in guardia dall’amante, Louise (Cécile de France), tenta di raggiungere con la moglie incinta e l’anziana madre la Svizzera, restando per mesi bloccato al confine, dove si guadagna comunque da vivere suonando nei bar locali. La sua musica è talmente potente, capace di possedere e distrarre persino le menti e i corpi dei nazisti, da consentire un’operazione di sabotaggio dei partigiani.

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Più che un film sul jazz dunque, Django è un riflessione politica ancora attuale su barriere e confini, minoranze, discriminazioni, persecuzioni, e per questo è il film perfetto per aprire un festival come quello di Berlino, che a questi temi riserva sempre molta attenzione. La musica, fondamentale strumento di comunicazione di culture e saperi, osteggiata da molti regimi totalitari, diventa allora il simbolo della libertà negata.

«Conosco bene la musica di Reinhardt – racconta il regista – perché mio padre la ascoltava in continuazione. Studiando la sua vita mi sono accorto che questo episodio era perfetto per affrontare i temi che mi stavano a cuore, raccontare il potere rivoluzionario della musica e i tormenti di un artista costretto a esibirsi in un’epoca molto turbolenta. Questioni cruciali che non ci abbandonano neppure oggi».

Una curiosità: all’inventore degli assolo di chitarra, al quale anche Jimi Hendrix ha reso omaggio con il suo album Band of Gypsys, avrebbe voluto dedicare un film Frank Marshall che nel ruolo di Reinhardt vedeva Johnny Depp. Ma quel progetto non è mai andato in porto.

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Alessandra De Luca

(foto di Pietro Coccia)

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