Bismillah, la recensione del corto vincitore del David 2018

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Bismillah è il titolo del cortometraggio diretto da Alessandro Grande, vincitore del David di Donatello 2018. Bismillah è un’invocazione a Dio, clemente e misericordioso. Bismillah è anche una nenia che aiuta la piccola Samira a sentirsi meno sola mentre affronta un momento drammatico e pieno di tensione. A soli 10 anni la bambina – interpretata dalla brava e credibile Linda Mresy – deve trascorrere un’intera notte ad accudire il fratello 17enne malato, ma senza contare sull’aiuto di nessuno. La famiglia di Samira è infatti immigrata illegamente in Italia dalla Tunisia.

Guidata da uno straordinario senso di responsabilità, Samira si fa però coraggio e, come una tenace piccola donna, si avventura nella notte alla ricerca di un medico (Francesco Colella) che la aiuti. La protagonista affronta quindi una situazione più grande di lei, che ruba un po’ della sua infanzia e svela l’assenza pesante degli adulti. Bismillah dimostra così, in modo efficace e concreto, i risvolti meno noti ma più drammatici dell’immigrazione, partendo dall’attualità. Il corto però usa un tono tenero e intimista, quasi a misura di bambino, per raccontate la storia di Samira. Il regista Alessandro Grande sembra aver quindi fatto sua la lezione del Maestro del Neorealismo, Vittorio De Sica, che a proposito dei suoi film diceva: «Il mio scopo è rintracciare il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso della piccola cronaca, anzi, della piccolissima cronaca».

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