Costanza Quatriglio, Sembra mio figlio: «Jan Azad e la ricerca della madre, la storia vera che ci ha commosso»

«Il film Sembra mio figlio racconta la vera storia di Mohammad Jan Azad, di etnia Hazara, che, dopo essere fuggito dalla guerra in Afghanistan, arrivò in Italia ancora ragazzino. Da adulto sta per fare ritorno in patria, sulle tracce della madre. È un progetto a cui ho lavorato per quasi otto anni, mentre la vera vita di Jan e dei suoi affetti cambiava…».

Costanza Quatriglio è tra le più brave registe italiane contemporanee. Ha messo a fuoco, con lucidità di sguardo e rigore, realtà poco conosciute o poco raccontate dai media come la morte di Francesco Mastrogiovanni, legato al letto nell’ospedale psichiatrico di Vallo della Lucania (87 ore), o la morte delle tessitrici di un maglificio irregolare di Barletta nel 2011 (Triangle).

Con Sembra mio figlio, presentato in anteprima mondiale a Locarno, torna alla forma “fiction” (a 15 di anni dal primo film, L’isola), per raccontare la vera storia di Jan Azad (anche cosceneggiatore) che diventa racconto collettivo su esseri umani sradicati. La messa in scena è al contempo pudica e struggente (la sequenza finale è una delle più potenti del cinema italiano recente).

Su Ciak di agosto trovate in anteprima la recensione al film, in uscita il 20 settembre. Abbiamo incontrato Quatriglio per una lunga intervista, eccone una parte. Ve ne riparleremo in occasione dell’uscita del film.

Il vero Mohammad Jan Azad (Ismail nel film) era stato protagonista di un suo documentario di qualche anno fa.

Jan Azad è stato protagonista di Il mondo addosso, quando era ancora minorenne ed era fuggito dall’Afghanistan da pochi anni. Allora viveva nelle case famiglia, era un ragazzino. Anni dopo mi ha raccontato di avere trovato notizie di sua madre. Da quel momento ho cominciato a raccogliere la sua storia e altri racconti reali. È stato naturale dare al racconto la forma di un film a soggetto. Nasce da vicende accadute che vengono trasformate e diventano qualcosa di altro. Non ho mai pensato di raccogliere questa storia e di realizzarne un documentario.

Perché?

Ho avuto immediatamente la sensazione che questa storia avesse la portata del grande racconto classico e mitologico, dell’archetipo, quasi un racconto omerico che era insieme Iliade e Odissea: Iliade, perché ci sono eroi/vinti, visti con una pietà antica, e Odissea, perché narra un lungo viaggio. Era naturale per me scrivere un copione che fosse l’elaborazione di un percorso lunghissimo di raccolta di Storia.

Dai tempi del Deserto dei Tartari (1976) di Zurlini non c’era una coproduzione Italia/Iran. È stato complicato girare in Iran (le scene ambientate in Pakistan, nda)?

Ci siamo dovuti confrontare con alcune difficoltà oggettive, nessun italiano girava un film lì da oltre quarant’anni. Abbiamo impiegato un po’ di tempo a ottenere le autorizzazioni necessarie e in fase di sopralluoghi venivamo guardati con sospetto dalla polizia.

Nel suo film c’è anche una sorta di “poesia dei volti”. La scelta del protagonista (il vero poeta hazara Basir Ahang) è stata dettata dal fatto che è un poeta?

Il fatto che sia un poeta mi ha sicuramente permesso di toccare corde che non avrei potuto trovare in un attore non professionista tout court. È un non professionista talmente abituato a usare la parola e a scrivere nella sua lingua madre o in persiano ma anche in italiano, che mi ha consentito di trovare insieme a lui la chiave giusta. Non gli ho dato un copione, gli ho raccontato le scene e poi traducendo i dialoghi e ragionando sul modo di parlare di Ismail, abbiamo capito com’è il personaggio. Lo abbiamo creato insieme e infatti sul set non ho mai dovuto dirigere Basir o correggerlo.

Molti attori sono non professionisti. Il loro pianto nella sequenza finale è reale?

Sì, ogni donna in campo ha perduto un figlio, ogni figlio ha una madre lontana che non trova più, ogni uomo che ha partecipato alla scena delle fosse comuni aveva già seppellito davvero un proprio caro. Girare quelle scene è stato emozionante e doloroso per tutti.

C’è molto pudore nella messa in scena, ma si è mai sentita un po’ crudele a catturare quel pianto vero?

No, perché abbiamo pianto tutti insieme. Quella scena è stata girata come una sorta di preghiera collettiva. Intuendo l’importanza del racconto, quelle donne e quegli uomini mi hanno regalato le loro lacrime. Quelle erano le lacrime di tutte le madri che hanno perso il proprio figlio. Hanno messo il loro cuore a disposizione del film.

Luca Barnabé