Ethan Hawke mattatore a Locarno: «Fare cinema per me è qualcosa di genetico»

Ethan Hawke Copyright: © Massimo Pedrazzini / Locarno Festival
Ethan Hawke Copyright: © Massimo Pedrazzini / Locarno Festival

«Ricevere premi perché faccio film, dunque quello che più amo fare, è piacevole, ma anche un po’ surreale. Interpretare o dirigere un film per me è qualcosa di naturale, anzi direi di “genetico”, dunque venire premiato perché faccio cinema è un po’ come se mi dessero un premio perché ho un naso!». Osserva in conferenza stampa Ethan Hawke, premiato a Locarno 71 con l’Excellence Award 2018.

Il direttore del festival Carlo Chatrian replica: «Beh, però se è un bel naso…». Hawke: «Per il naso devo ringraziare mio nonno (ride, nda)!».

Tra i migliori eventi di Locarno 71 c’è sicuramente la presenza del divo americano, che ha accompagnato la presentazione pubblica dei film selezionati tra interpretazioni (L’attimo fuggente, il capolavoro First Reformed) e regìe (Seymour e Blaze, presentato in anteprima in Piazza Grande ieri sera).

Seymour: An Introduction (documentario sul grande musicista e pianista Seymour Bernstein) e Blaze (biopic sulla leggenda del country Blaze Foley) compongono una sorta di dittico ideale sulla musica. «In un certo senso sono l’uno il fotogramma negativo dell’altro. Due persone diversissime come Seymour e Blaze erano però animate dalla stessa fiamma, dalla stessa ricerca quasi ossessiva, dalla stessa purezza. La musica è stata fondamentale per formarmi come artista e come essere umano. Tra i film che ho solo interpretato per me è stato importante un biopic come Born to Be Blue di Robert Brudeau, in cui “ero” Chet Baker. Anche se non so suonare la tromba, studiare la sua musica e la sua vita è stato un altro “passo in avanti verso la conoscenza”.»

Ethan Hawke Copyright: © Massimo Pedrazzini / Locarno Festival
Ethan Hawke Copyright: © Massimo Pedrazzini / Locarno Festival

Il film biografico Blaze è interessante soprattutto per l’anima indie e per l’interpretazione perfetta del vero musicista Ben Dickey, che riesce a dare realismo e verità a un personaggio poco conosciuto e imbevuto nel mito maudit.

Il capolavoro da regista di Hawke è però Seymour: An introduction, presentato a Toronto nel 2014 e mai distribuito in Italia. Il titolo è preso da un racconto di Salinger, ma in realtà narra la vera storia di Seymour Berenstein, uno dei più grandi musicisti del Novecento scomparso pochi anni fa.

Hawke osserva: «Il mio amico Seymour aveva degli occhi da santo, era una persona incredibile. Una delle migliori che abbia mai conosciuto. Benché fosse un musicista mi ha insegnato molto sia sul mestiere dell’attore e sul mestiere della vita. Quando ho scoperto che era malato mi sono rivolto a Richard Linklater e tanti altri amici registi dicendo che dovevano subito girare un film su di lui. Tutti mi hanno detto: “perché non lo fai tu?”. Quando anche mia moglie (Ryan Shawhughes, coproduttrice del film, nda) mi ha detto: “perché non lo giri tu?” mi sono deciso a realizzare io il film. Girare documentari significa perdere due anni di vita e perdere molti soldi, ma almeno ho la consapevolezza che una traccia cinematografica della vita di Seymour esiste…».

Luca Barnabé