La lezione di cinema di Carlo e Enrico Vanzina: «Papà ci ha insegnato la disciplina: far ridere è una cosa seria»

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Fratelli Vanzina

In occasione della scomparsa di Carlo Vanzina, ricordiamo il regista con questa “lezione di cinema” apparsa sul numero di Ciak di dicembre 2017.

Caccia al tesoro fa numero tondo: sessanta film in quarantuno anni per Carlo ed Enrico, i fratelli Vanzina. Potrebbero essere addirittura sessanta e mezzo, contandoli alla Fellini, perché esce anche Super vacanze di Natale, firmato dall’attore Paolo Ruffini. È una compilation di trentatré anni di cinepanettoni prodotti da Aurelio De Laurentiis e girati da cinque diversi autori, fra cui non potevano mancare i Vanzina, inventori del genere, che hanno abbandonato dal 2000. Ne sarebbe contento l’avvocato Giovanni Covelli (Riccardo Garrone) a cui misero in bocca la storica battuta: «E anche questo Natale se lo semo levati dalle palle». «La nostra media di un film e mezzo all’anno, diventa scarsa se confrontata col passato, quando si produceva molto di più e la Tv non era così preponderante. A nostro padre, Steno, pseudonimo di Stefano Vanzina, capitava addirittura di lavorare di mattina sul set di un film e il pomeriggio su quello di un altro. Cerchiamo di conservare un rapporto
continuativo col pubblico.

1953 – UN GIORNO IN PRETURA Steno con i figli Carlo ed Enrico Vanzina

A certi colleghi che lavorano saltuariamente vengono spesso dei dubbi, perché ogni film finisce per assumere un’importanza eccessiva. Il nostro è un cinema di accumulo, abbiamo sempre una ventina di idee su cui scegliere, e nessun sogno nel cassetto, che altrimenti rischierebbe di trasformarsi in ossessione, frenandoci». Li hanno soprannominati “Vacanzina”, si considerano una Factory, e hanno lavorato sodo per far considerare il Vanzinismo una categoria della spiritosaggine, più che dello spirito. Enrico ha cominciato a 23 anni come aiuto regista del padre (L’uccello migratore, La poliziotta, Piedone lo sbirro) prima di decidere che preferiva scrivere, firmando la sceneggiatura di Oh, Serafina! di Alberto Lattuada con Giuseppe Berto, autore del romanzo. Carlo invece dai 17 anni ha fatto l’aiuto di Mario Monicelli, grande amico di Steno, in sei film: da Brancaleone alle crociate fino ad Amici miei. «Era severissimo, proprio per non far vedere che faceva favoritismi. La sera tornavo a casa e piangevo».

1960 – LETTO A TRE PIAZZE_0720

Lavorano sempre, anche sabato e domenica, scrivendo a mano. Il soggetto dovrebbe essere di dieci pagine ma finisce per essere di ottanta, e ci sono già molti dialoghi. Sul set Enrico non ci va sempre, perché scrive anche libri e ha una rubrica domenicale di costume sul quotidiano Il Messaggero, intitolata Che ci faccio io qui?, alla maniera di Bruce Chatwin. Ma al montaggio non manca mai. Hanno scoperto o lanciato moltissimi attori: Christian De Sica, Massimo Boldi, Diego Abatantuono, Jerry Calà, Isabella Ferrari, Monica Bellucci, Carol Alt, Claudio Amendola, Ricky Memphis. «Un po’ quelli della nostra generazione», spiega Carlo, «perché i grandi attori di mio padre e Monicelli, come Tognazzi e Sordi, non si fidavano di me che ero un ragazzino, e oltretutto Carlo Verdone, Massimo Troisi, Francesco Nuti, facevano loro i registi, per cui era difficile trovare attori comici disponibili. Abbiamo dovuto inventare la nostra squadra».

Come nelle migliori tradizioni fraterne, Carlo ed Enrico finiscono uno le frasi dell’altro.
Quindi in questa Lezione di cinema a due voci e due vite, il plurale vale per entrambi,
e solo quando c’è qualche ricordo o pensiero individuale, è indicato fra parentesi (CV) o
(EV). Come quando gli abbiamo chiesto dei loro film preferiti, per vedere se coincidono
con quelli scelti da Ciak. «Direi Sapore di mare e Vacanze di Natale, che sono quasi un film
unico, stile Capitolo I e Capitolo II, come si usa adesso; Eccezzziunale veramente; Il pranzo
della domenica, che ha il più forte legame con la commedia all’italiana; South Kensington;
Le finte bionde, anche se non ha avuto successo» (CV). «Per me, Sotto il vestito niente, perchè abbiamo fatto anche film di genere, non comici; Il cielo in un stanza in assoluto il mio film del cuore, che ha lanciato Elio Germano, mentre l’altro attore era Gabriele Mainetti, regista di Jeeg Robot; Yuppies, molto amato dal pubblico; Mai stati uniti, girato in America. Fra quelli che non abbiamo fatto insieme, l’originale Febbre da cavallo, con mio padre» (EV).

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Prossimamente avevano deciso di girare Colazione da Tiffany, racconto di un’attrice che dalla provincia viene a Roma per fare il cinema. Ma dopo la bufera delle molestie sessuali hanno cambiato idea: «È un momento avvilente, scriveremo tutta un’altra storia». Ma conserveranno il titolo, perché è tratto da un libro di articoli di Carlo.

SAPORE DI PROUST
Non è certo un caso che molti dei nostri film abbiano nel titolo una canzone: Figlio delle stelle, Piccolo grande amore, Il cielo in una stanza, Un’estate al mare, Sapore di mare. Anche Il sorpasso di Dino Risi, usava i motivi del momento. Sono come le madeleine di Proust, ti riportano immediatamente ai tempi perduti, ti imbevono di ricordi. Anche in Vacanze di Natale abbiamo usato lo stesso espediente. Ma usiamo anche compositori
e nel nostro primo film, Luna di miele in tre, c’era la colonna sonora del grande
Armando Trovajoli, che per fortuna non si offese quando gli chiedemmo di scrivere delle note alla Bacharach. Abbiamo lavorato anche col sommo Ennio Morricone. Senza musica, un film è come un uomo senza vestiti, nudo.

Sulla neve: Vacanze di Natale

FRATELLI NON COLTELLI
Nello studiolo di nostro padre c’era una libreria di quelle chiuse col vetro, con dentro,
in bella vista, una foto di Auguste e Louis Lumière, gli inventori del proiettore cinematografico. Amava ripeterci: «Senza di loro, voi non sareste qui». Fratelli di riferimento impegnativi, ancora più dei Coen… Siamo nati ad appena due anni di distanza, ed è stato bello crescere in compagnia: stessa cultura, stessi valori, ridiamo per le
stesse cose, ci indigniamo allo stesso modo. Una volta, nell’introduzione di un libro,
ci siamo scambiati complimenti pubblici, sfidando il sentimentalismo: «Un fratello
meraviglioso, sensibile, intelligente, spiritoso, mai presuntuoso, pur se conosce il cinema
come pochi: sa sempre cosa fare tecnicamente, intellettualmente e umanamente» (EV).
«È uno scrittore fantastico, un vulcano sempre pieno di idee. Raffinato e al tempo spesso
popolare. Il proverbio dice: “chi trova un amico trova un tesoro”, io l’ho trasformato in: “chi
trova un fratello come Enrico trova un tesoro”» (CV).

VEDI NAPOLI E POI RIDI
L’unicità di Caccia al tesoro è che non ne ha, è sempre nella nostra tradizione e, speriamo, in quella dei nostri padri, quello vero, Steno, ma anche Risi, Monicelli, e i grandi della
commedia all’italiana. È un film un po’ alla Operazione San Gennaro, un classico di Dino Risi del 1966. Lo spunto è l’equivoco di cui è vittima Vincenzo Salemme, un attore
squattrinato di teatro, che vive con la cognata, Serena Rossi, e dopo la morte del fratello si occupa economicamente del nipotino, che ha una malformazione al cuore e deve essere
operato in una clinica americana. Per trovare i soldi che non hanno vanno da San Gennaro a chiedere come fare. Dietro la statua c’è una finestra aperta, per cui sentono le frasi che
dice il posteggiatore: «Vai tranquillo», «È tuo», «Te lo dico io», e credono che il santo li autorizzi a prendere uno dei gioielli del tesoro. Paghiamo pegno alla comicità napoletana (c’è anche Carlo Buccirosso), costola fondamentale del nostro cinema comico, in un momento in cui la città ha invece un’immagine molto gomorresca, di periferia, droga e delinquenza.

Carlo Buccirosso
Carlo Buccirosso

NEL NOME DEL PADRE
Abbiamo festeggiato il centenario della nascita di nostro padre con una bella mostra intitolata L’arte di far ridere. Suo padre, nostro nonno Alberto, un giornalista famoso del Corriere della Sera, aveva fatto fortuna in Argentina fondando il primo giornale italiano del Sud America; nonna Giulia invece era un’aristocratica romana, la contessa Boggio, che amava molto i casinò. Si erano conosciuti su un transatlantico partito da Mar del Plata,
tornando in Italia. All’arrivo a Genova erano già fidanzati. Una storia cinematografica,
un po’ Titanic, ma con lieto fine. Papà cominciò nei giornali umoristici, come tanti film-maker che allora si definivano cinematografari, e poi passò al cinema, prima come sceneggiatore, poi come coregista con Monicelli, e infine da solo. Era un grande umorista, ma sapeva essere anche severo. Ci ha insegnato la disciplina, perchè far ridere è una cosa molto seria.

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Steno e Monicelli. Archivio Vanzina

GIALLO COME ER SOLE; ROSSO COME ER CORE MIO
Faccio parte dei Cavalieri della Roma, un’associazione di 140 persone. Sono diventato tifoso da quando mia madre mi portò per la prima volta allo Stadio Olimpico e la Roma vinse 8-1 contro il Napoli. E la passione anziché assopirsi, cresce. Nostro padre era romanista, ma
a un certo punto, negli anni ‘70, i tempi di Chinaglia e Maestrelli, simpatizzò per la Lazio, perché diceva che i romanisti erano troppo cafoni. E Carlo per un po’ gli andò dietro. Ora per fortuna è guarito (EV). Quando Totti si è ritirato ho pianto come un vitello, un giorno tristissimo. Ci hanno chiesto se faremmo un film sul “capitano”. No, perché i film sui campioni, come Pelé e Maradona, hanno faticato a trasmettere emozioni e ricordi, non
hanno mai convinto. E un film con Totti? Neanche. È simpaticissimo, mi ricorda Fiorello, a cui ogni volta che chiediamo di fare un film risponde: «Ma io non so fare l’attore, a me vengono così». E anche a Totti, credo, vengano così (EV).

Totti DONNA, TUTTO SI FA PER TE
Pur avendo scoperto attrici bellissime, non ho mai avuto il coraggio di fermare una ragazza
per strada per offrirle un provino. Avevo ritagliato la foto della modella Monica Bellucci dal
giornale Photo e la diedi a Dino Risi, che cercava la protagonista del serial Tv Vita coi figli, con Giancarlo Giannini, in cui io e Carlo eravamo produttori. Mi ringraziò così: «Urca Carlino, ci hai proprio azzeccato. È una Manganina». Non ho mai girato una scena veramente osé, ma sempre buffa, come In Vacanze di Natale Duemila, dove Megan Gale entrava in una doccia, in cui si erano nascosti De Sica e Boldi. Era molto prude, ed era
vestitissima. Dovetti costruire di nascosto una doccia in un garage di Cortina e trovare una controfigura che mostrasse almeno un po’ di pelle nuda. E vigliaccamente non mi presentai alla prima, per non affrontare l’ignara Megan. La mia passione erano le bionde alla Hitchcock, Grace Kelly, Janeth Leigh, Kim Novak, con l’eccezione di Ann Margret, una rossa (CV). I mie amori dello schermo, invece, sono state Brigitte Bardot e Julie Christie, simbolo
delle caratteristiche che più mi intrigano, sensualità allo stato puro e mistero (EV)

SOTTO LA CRITICA NIENTE
E pensare che io a casa scrivevo delle minicritiche con tanto di stelline. E avevo una mezza idea di farlo di professione (CV). Con la categoria abbiamo avuto rapporti molto fluttuanti. All’inizio eravamo dei genietti, poi siccome facevamo tanti film siamo diventati degli stronzi, e infine abbiamo guadagnato l’etichetta di cult. Oggi c’è un po’ più di rispetto: ci dedicano retrospettive, premi alla carriera, ci chiamano Maestri. Noi pensiamo che quando degli autori giovani hanno un successo popolare, la critica fa bene a pungolarli perché facciano qualcosa di più profondo, ma dovrebbe anche consigliare a quelli troppo elitari di diventate
un po’ più popolari. Invece per tanti anni la critica è stata ideologica, e siccome noi raccontavamo la Milano da bere o la Roma dei palazzinari, il craxismo e il berlusconismo, siamo stati scambiati per i paladini dell’effimero, mentre il nostro era uno sfottò. Le più belle critiche le riceviamo dai passanti che ci dicono: «Sentite un po’ che mi è successo, sembra un episodio dei vostri film». Vuol dire che facciamo storie vere (EV).

Marco Giovannini