“Non si concentrano più di 30 secondi!” spiega il professore Brahmini al famoso violinista Simon Daoud che ha accettato di preparare gli studenti di una media della banlieu addirittura per suonare in concerto alla Filarmonica di Parigi. All’inizio malmostoso e sulle sue, pieno di problemi personali e titubanze, l’uomo finirà coinvolto nelle dinamiche di questi adolescenti sboccati, dispersivi, caotici, maleducati, sino a rimanerne coinvolto al massimo. “Sono anche delle canaglie. Non è la gioventù he hai conosciuto tu” dice il professore alla madre. Ma con la motivazione giusta…

Ecco: quello che sulla carta pareva un film avvolto nella carta da zucchero, sentimentale e benpensante dal primo proposito sino ai titoli di coda, in realtà possiede una grazia che ne fa una delle sorprese del festival. Argutissimo nelle osservazioni psicologiche, attento a “registrare” solo l’autenticità, con scafati professionisti come un imprevedibile e profondo Kad Merad (lontanissimo dalle sue pur allegre commedie) a interagire con la visceralità e la disinvoltura dei ragazzi, La mélodie avvince ed emoziona, scatena ilarità e deterge eventuali scorie ciniche dall’animo degli spettatori. Un’opera prima di Rachid Hami (attore in La schivata e autore di due corti) che si pone felicemente un passo avanti a qualsiasi film-dibattito su razzismo e integrazione, nata dall’osservazione diretta di un corso di classica in un quartiere popolare. Ogni tanto è bello commuoversi.

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