C'eravamo tanto amati

C'ERAVAMO TANTO AMATI

«Il futuro è passato e noi non ce ne siamo accorti». Così il film di Ettore Scola è entrato nella storia

Da storia di un professore stregato da Ladri di biciclette ad affresco di trent’anni di storia italiana. Questo è il percorso artistico compiuto nella mente dei creatori di C’eravamo tanto amati, ossia la premiata ditta di sceneggiatori Age & Scarpelli e il regista Ettore Scola, passato dietro la macchina da presa nel 1964 con Se permettete parliamo di donne, ma altrettanto importante sceneggiatore (Il sorpasso e I mostri, per citarne solo un paio).

L’amore viscerale per il capolavoro di De Sica è rimasto nel film, ma rappresenta uno dei tasselli di una vicenda corale che doveva essere il bilancio di una generazione e che oggi, quarant’anni dopo, è diventato un documento storico. Come sempre, nel miglior cinema italiano, i risultati più sinceri e brillanti arrivano dall’osservazione della società. Scola racconta l’amicizia fra tre uomini molto diversi tra loro, avviata durante la Resistenza e continuata, con abbandoni e ritrovamenti, attraverso il faticoso, ma stimolante dopoguerra, il boom economico e i primi segni della crisi degli Anni 70. Sono Antonio (Nino Manfredi), rimasto portantino di ambulanza a causa delle sue idee troppo radicali, Gianni (Vittorio Gassman), un idealista che ha svenduto le sue velleità per diventare un borghese arricchito, e Nicola (Stefano Satta Flores), uno sterile intellettuale finito a fare l’anonimo critico cinematografico. Tra loro spicca la fresca ingenuità di Luciana (Stefania Sandrelli), aspirante attrice, che si troverà divisa tra Antonio e Gianni, ma dimostrerà di essere la persona più saggia del gruppo.

Inizialmente, per il ruolo del giornalista erano stati contattati Mastroianni, Lino Ventura e Sordi, che però rifiutarono. Ricordava Scarpelli che la stesura del film andò avanti più di un anno, tra discussioni e ricordi personali da equilibrare. Scola così raccontò la genesi del film: «Con Age e Scarpelli volevamo fare un film sulla nostra generazione, giunta ormai all’età dei bilanci. E all’inizio il film aveva un solo protagonista, il critico cinematografico, quello che si emoziona per il neorealismo e per De Sica. Ma
l’idea ci è sembrata un po’ limitata e abbiamo allargato ad altri personaggi. De Sica è rimasto, di scorcio, e ha molto amato il film una volta finito. L’idea di dedicarglielo è venuta dopo, quando è morto, mentre io ero ancora al missaggio. Era giusto dedicarglielo per molti motivi, forse soprattutto perché C’eravano tanto amati è un film di sentimenti, di amicizia, di malinconia non regressiva. C’è ovviamente molto di noi, nel film, ma non in senso strettamente autobiografico: diciamo che abbiamo voluto fare la storia di
una generazione nelle sue componenti, lasciando aperte delle strade, la possibilità di un futuro attraverso i personaggi di Manfredi e della Sandrelli». E infatti le parole di sconfitta nel film vengono soprattutto da Gianni («La nostra generazione ha fatto veramente schifo») e da Nicola («Credevamo di cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato noi»). Quello di saper raccontare storie con grande finezza e di evidenziare il tratto malinconico attraverso il filtro dell’ironia è una cifra stilistica tipica di Scola. Che viene applicata al meglio in questo film: basti ricordare la scena in cui la disperazione di Luciana viene espressa solo grazie a una striscia di fototessere che la vede sempre più disperata, o al passaggio dal bianco e nero al colore che emerge dai graffiti di un madonnaro. O ancora la scelta di far commentare fuori campo ai protagonisti i momenti più significativi della vicenda (espediente utilizzato anche da Monicelli lo stesso anno in Romanzo popolare), sino ad arrivare a far esprimere i loro pensieri in un gioco di straniamento teatrale.

Ma dentro all’affresco dell’Italia dal 1944 al 1974 c’è anche il cinema e non solo quello di De Sica, che si vede su un palco ricordare un aneddoto di Ladri di biciclette diventato per Nicola argomento di quiz a Lascia o raddoppia?. Ci sono anche Antonioni e Fellini. Il primo si inserisce nel rapporto di "incomunicabilità" fra Gianni e sua moglie Elide (Giovanna Ralli), figlia di un palazzinaro (Aldo Fabrizi), sposata per interesse e resa infelice. È proprio lei a citarne L’eclisse come esempio di un film che l’ha colpita profondamente. Il secondo invece lo si vede direttamente e appare insieme a Marcello Mastroianni quando Antonio passa con l’ambulanza per la piazza dove si sta girando la famosa scena della fontana di Trevi de La dolce vita. Ma ci sono anche due citazioni di altro cinema, una è La corazzata Potemkin (1925) di Ejzenstejn, con la scalinata di Trinità dei Monti a sostituire quella di Odessa nel racconto di Nicola e l’altra è Schiavo d’amore (1964) di Ken Huges, con Kim Novak e Laurence Harvey "ridoppiati" per un duetto sentimentale da Antonio e Luciana. Che in quel momento lavora come maschera in un cinema, come faceva il personaggio della Sandrelli in Io la conoscevo bene (1965) di Pietrangeli, sceneggiato proprio da Scola.

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