La sedia della felicità

IL MEREGHETTI

LA TENEREZZA E IL SORRISO DI CARLO MAZZACURATI

Il regista, duramente impegnato a combattere la dittatura della commedia e della battuta strappa-risate, con "La sedia della felicità" ci ha lasciato il suo involontario testamento artistico

Carlo MazzacuratiLa scomparsa di Carlo Mazzacurati, il 22 gennaio 2014, ha lasciato un rimpianto che è andato molto al di là dello stretto giudizio critico. La sua carica umana e la sua generosità non l’avevano abbandonato nemmeno durante la sua lunga malattia: l’avevo incontrato a dicembre, durante il Festival di Torino, dove aveva ricevuto il Gran Premio della città, ed ero rimasto affascinato dalla sua voglia di parlare, di approfondire, di scavare dentro le cose, di riflettere sul suo operato e sulla situazione del cinema italiano. La malattia – che probabilmente sapeva procedere inesorabilmente – non gli aveva tolto lucidità né passione, forse gli lasciava solo un po’ di stanchezza in più, che lo spingeva a parlare piano, ma non per questo con minor intelligenza o acume.

La sedia della felicitàEra molto duro sulla «dittatura della commedia» che vedeva imperante in Italia e che imponeva percorsi fin troppo rigidi. Pur lontano da ogni ossessione autoriale, difendeva il cinema di chi cercava di riflettere sul reale, sforzandosi di cercare nei film un po’ di complessità in più di quella che impone la battuta strappa-risate. E soprattutto se la prendeva con chi – vizio molto italiano – sentiva il dovere di correre sempre in soccorso del vincitore, includendo nel novero anche certa critica. Per muoversi aveva bisogno di appoggiarsi a un bastone e ogni tanto la moglie faceva capolino per capire se la chiacchierata lo stesse stancando troppo, ma Mazzacurati sembrava non farci caso ed era lui che allungava le risposte e regalava sempre nuovi particolari di fronte alla paura dell’intervistatore di essere troppo prolisso.


La sedia della felicitàEra venuto a presentare presentare il suo ultimo film, La sedia della felicità, prodotto con passione da Angelo Barbagallo e interpretato dall'inedita coppia Valerio Mastandrea e Isabella Ragonese
(oltre che da una serie di esilaranti «partecipazioni straordinarie» di attori già protagonisti di suoi precedenti film, da Silvio Orlando a un «doppio» Albanese a Bentivoglio a Citran alla new entry Milena Vukotic). Lo spunto gli era venuto da Il mistero delle dodici sedie di Il’f e Petrov (già all’origine di Una su 13 di Nicolas Gessner e Luciano Lucignani e dell’omonimo film di Mel Brooks) ma lo sviluppo era assolutamente personale, ancora una volta ancorato alle sue radici venete, che la scelta di due interpreti «stranieri» - il romano Mastandrea e la siciliana Ragonese - finiva per accentuare e per illuminare di una nuova luce, quella di una regione che nonostante certi eccessi xenofobi è molto aperta alle influenze extraterritoriali.


La sedia della felicitàIl film, uscito quando il suo regista non c’era più per raccoglierne gli applausi, ha assunto la forma di un involontario testamento artistico.
E il regalo più grande che Mazzacurati ci ha lasciato è l’invito a condividere la leggerezza che ha saputo mettere nel film, il suo tono tra il fantastico e il quotidiano, capace di prendere per mano lo spettatore così come fa con Mastandrea e la Ragonese. Se dimentichiamo quell'atteggiamento rischiamo di divertirci meno seguendo le peripezie di quella improbabile coppia alla ricerca di un tesoro che non si trova mai. Perché invece il segreto del film è proprio nel tono scanzonato e insieme avventuroso con cui racconta un Veneto (e un’Italia) lontana da tutti gli stereotipi, dove le persone nascondono dietro la loro faccia un’altra faccia, a volte più buffa a volte più inquietante, a volte più aggressiva, a volte più conciliante. Ma sempre con un fondo di tenerezza e di sorriso. La stessa che la malattia non era mai riuscita a strappare dal volto di Carlo Mazzacurati.

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