ROMAFF11: A LEZIONE DA TOM HANKS

ROMAFF11: A LEZIONE DA TOM HANKS

Prima di ricevere il Premio alla Carriera, al #RomaFF11 il premio Oscar Tom Hanks, davanti ad un pubblico emozionato, ha raccontato la sua carriera, dalle risate di "Big" alle lacrime di "Philadelphia"

Un tripudio di folla lo ha accolto, un'onda di applausi, non appena ha messo piede in sala, gli ha dato il benvenuto. E lui, per un'ora intera, fatta di sorrisi, ammiccamenti, battute e aneddoti, si è raccontato, scena dopo scena, in un percorso che ha toccato tutta o quasi la sua cinematografia.

Da Music Graffiti a La Guerra di Charile Wilson, fino agli Oscar(s) di Forrest Gump e Philadelphia, Tom Hanks, arrivato alla Festa del Cinema di Roma, si è gettato anima e corpo sul pubblico che lo ama e che, anno su anno, fin dagli esordi di Big, diretto da Penny Marshall, lo ha eletto l'attore del cuore, quello che più di tutti incarna la semplicità al servizio dell'arte e dell'emozione. E il percorso, obliquo, disegnato dalle emozioni delle sue indimenticabili pellicole, parte proprio da Big, uscito in sala ormai quasi trent'anni fa. «Big è speciale per me: grazie a questo film sono venuto con mia moglie per la prima a Roma. Poi mi fa pensare ai più piccoli, io che quando andavo a scuola, per sopravvivere, ridevo il più possibile», ha detto l'attore, subito prima dell'altra sequenza, ovvero quella di Insonnia d'Amore, dove incontra sulla vetta dell'Empire State Building la sua controparte Meg Ryan «Uscito il film tutti ci facevano i complimenti, ma per assurdo l'unica scena che abbiamo girato insieme è stata quella sull'Empire!».

Attore, produttore e, per due volte, anche regista, la prima volta con Music Graffiti, nel 1996. «Decisi di girare Music Graffiti perché avevo un profondo amore verso quell'epoca, interessato a figure che, nel mondo dello spettacolo, finiscono per essere meteore. E non è vero che tutte le band si amano tra loro, anzi...». Ancora, è il turno de La Guerra di Charlie Wilson, dove Tom Hanks ha recitato al fianco del compianto Philip Saymour Hoffman. «È stata una perdita grande, interviene Hanks, e, non so come riuscisse a farlo, ma lui entrava nel personaggio, diventava suo. Mi ricordo che ogni scena girata con lui non aveva nessun intoppo o problema. Non scopriva il personaggio, lo diveniva completamente».

Se c'è un regista che lo ha tenuto per mano, in momenti diversi delle sua carriera, quello è stato Steven Spielberg. Ben quattro i film girati insieme, tra cui lo splendido Prova a Prendermi, insieme a Leo DiCaprio. «Spielberg vede il mondo in modalità cinematica! Il suo modo di capire e raccontare una storia fa si che noi attori restiamo con poche cose da raccontare. E, per la sua varietà di inquadrature ed emozioni, Prova a Prendermi va al di la di un semplice conflitto tra due uomini». Poi, è il turno di un altro cult: «Per fare Cast Away ci sono voluti anni! E su Wilson vi racconto una cosa: volevamo costruire uno spaventapasseri all'inizio, ma poi abbiamo deciso che Wilson, una cosa divenuta sangue del tuo sangue, doveva essere come un figlio». In un crescendo di commozione (del resto, Wilson fa sempre lo stesso effetto) ed eccitazione, non poteva mancare Salvate il Soldato Ryan: «Durante la guerra sono stati coinvolte tante personalità, però quello che abbiamo visto è che ci sono volute persone normali che, in uno stato di sospensione, si sono impegnate per trovare soluzioni rapide e semplici, non tirandosi indietro davanti alle proprie responsabilità. Ecco perché mi piace la storia, e tutti dovrebbero contribuire al bene comune».

E il traguardo, prima di ricevere dalle mani di Claudia Cardinale il Premio alla Carriera, non poteva non arrivare con le sue due statuette d'orate. «Il copione di Forrest Gump aveva 170 pagine, quando Bob Zemeckis ci ha riunito abbiamo affrontato le pagine una ad una e mi ha attirato la vastità della storia, che riguarda la mia generazione in fin dei conti. Forrest sopravvive grazie al buon senso, cosa che aveva imparato dalla mamma. Perché l'unica cosa da fare è fare la cosa giusta». Tom Hanks, con la platea sotto i suoi occhi, saluta tutti dopo la potente scena di Philadelphia, in cui straziato dal dolore, viene assorbito dall'Andrea Chénier cantato da Maria Callas: «Quella sequenza la dobbiamo a Denzel Washington e a Maria Callas, dove descrive la morte, in cui dal dolore riesce ad arrivare l'amore».

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