Quel pomeriggio di un giorno da cani

QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO DA CANI

Sidney Lumet racconta una storia vera grazie ad Al Pacino entrato nella leggenda al grido di «Attica, Attica»

«Quello che state per vedere è vero. è avvenuto a Brooklyn, New York, il 22 agosto 1972». La didascalia che apre Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sidney Lumet mette subito sull’avviso: si sta raccontando una storia reale e questo rende ancora più incredibile lo svolgimento della trama.

Il 22 agosto 1972 un certo John Wojtowicz tentò di rapinare la Chase Manhattan Bank. Il furto doveva servire a pagare l’operazione di cambio di sesso per il suo amante. La cosa andò male e i media amplificarono la vicenda. Fu dopo aver letto un articolo su Life che lo sceneggiatore e regista Frank Pierson - che pochi anni prima aveva scritto Nick mano fredda - iniziò a stendere l’intreccio di un copione. Curiosamente, Wojtowicz decise di compiere la rapina dopo aver visto Il Padrino di Coppola in cui recitavano sia Al Pacino che John Cazale, ovvero i protagonisti del film di Lumet.

Pacino aveva esitato ad accettare il ruolo, lavorava molto sia al cinema che a teatro in quel periodo ed era stanco, ma quando la produzione contattò Dustin Hoffman, lasciò perdere ogni scrupolo. Il suo personaggio prese il nome di Sonny Wortzik, lui e l’amico Sal (Cazale), redu-ci dal Vietnam, s’infilano nella banca insieme a un giovane complice che si da però subito alla fuga. Il film non ha colonna sonora, se si esclude Amoreena di Elton John che accompagna i titoli di testa su alcune immagini di una giornata qualsiasi a New York (ci sono pure le Twin Towers) e poi si scopre suonato dalla radio dell’auto su cui sono i due rapinatori. Allo stesso modo, sempre per radio, si ascolterà un brano degli Uriah Heep, Easy Living.

La rapina si complica quando viene scoperto che le casse sono vuote e poi, per colpa del fumo creato bruciando un registro, quando viene chiamata la polizia. Le lunghe trattative tra Sonny e un tenente prima e l’Fbi dopo, richiamano sempre più pubblico (che parteggia per i rapinatori) e naturalmente i mass media, che sono il secondo, se non il vero, protagonista della vicenda. Di punto in bianco la vita dei due diventa di dominio pubblico: si scopre che Sonny ha una moglie oltre che un compagno transessuale (Chris Sarandon) e subito la tv distorce l’informazione, definendo anche Sal come omosessuale. Un vero e proprio caravanserraglio che ricorda la terribile macchina messa in piedi dal reporter Kirk Douglas ne L’asso nella manica (1951) di Billy Wilder.

I rapinatori diventano ben presto degli eroi: Sonny si permette di dettare condizioni alla polizia, incita la folla alla ribellione al grido di «Attica, Attica» (un carcere in cui nel settembre del 1971 fu domata una rivolta in modo disastroso da parte della polizia, che uccise e malmenò anche detenuti disarmati, vedi box a fianco), gli stessi ostaggi, quasi tutte donne, hanno simpatia per loro, pure per Sal, che della coppia è il più disturbato e pericoloso sotto la sua calma apparente. Per ottenere questo mix di documento, finzione ed emozioni, Lumet scelse la strada dell’improvvisazione, cercando di spremere gli stati d’animo dai suoi attori. In primo luogo da Pacino, a tratti debordante, ma sempre teso e vibrante. Molti dei dialoghi furono creati al momento, come quando Sonny chiede a Sal in che Paese del mondo vuole fuggire e quello gli risponde: «In California». Fu un’idea di Cazale, così come fu di Pacino quella del richiamo ad Attica. Improvvisate anche la telefonata tra Sonny e il suo amante Leon e quella successiva alla moglie.

Il regista confessò di aver stremato Pacino che di suo, per essere al meglio, dormiva due ore a notte: «Sapevo che Al sarebbe andato al massimo se avessimo potuto fare tutta la scena in una sola ripresa. Quando siamo così stanchi le emozioni vengono fuori più facilmente. C’era un problema: la macchina da presa contiene solo trecento metri di pellicola, poco più di undici minuti, le due telefonate duravano quindici». Lumet lo risolse usando due macchine da presa e facendo rifare a Pacino la scena due volte. Accanto ai protagonisti, attenzione ad alcuni caratteristi, oltre alla fondatrice del Living Theatre, Judith Malina - che interpreta la madre di Sonny - ci sono Charles Durning , Carol Kane e Lance Henricksen. Il film, che in Italia uscì nel gennaio del 1976, ottenne sei nomination all’Oscar, ma vinse una sola statuetta: la sceneggiatura di Frank Pierson.

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