Viva la libertà

LA RUBRICA DI WALTER VELTRONI

IL POLITICO (E IL SUO DOPPIO)? OUI, C'EST MOI

In molti si sono chiesti se il protagonista di "Viva la libertà" si ispirasse proprio a Veltroni. Lui conferma ma svela qualche dettaglio in più

Quando uscì il libro di Roberto Andò Il trono vuoto, molti volsero lo sguardo verso di me. Mi furono chiesti commenti, opinioni, giudizi.

La storia immaginaria del segretario del principale partito di opposizione che si dimetteva ed era appassionato, malato, di cinema, era difficile non fosse messa in relazione con la realtà e con fatti da poco accaduti. Fatti per me dolorosi che mi sono sforzato di vivere serenamente. Leggere quel libro era così come guardarsi in uno specchio, uno specchio animato dalle parole e dal pensiero di chi da lontano aveva visto le cose accadute come al rallentatore e aveva capito molto, se non tutto. Poi è arrivato il film, il film intenso che l’autore del libro ha voluto trarre dalle sue stesse pagine: Viva la libertà. C’è una tradizione di film politici in Italia, che va da Lettera aperta a un giornale della sera di Maselli a La terrazza o Mario, Maria e Mario di Scola, da Aprile o La Cosa di Nanni Moretti a Novecento di Bertolucci. Parlo dei film sulla sinistra, quelli nei quali viene sezionata la storia e le vicende di quella che è stata, comunque la si veda, una grande comunità di valori, sogni e certo anche errori, fortemente intrecciata con la storia italiana.

Su quel mondo di grandi speranze, di battaglie vinte e perse, di traguardi mai tagliati, di sacrifici e di illusioni, di silenzi e di passione, gran parte della cultura italiana, letteraria e artistica, si è cimentata per tutto il Novecento. Come se quella storia avesse dentro di sé quei lineamenti epici e quel calore emotivo che servono per costruire qualcosa che valga la pena di raccontare. Qualcosa che non deve essere finito, se ancora oggi si usa il linguaggio poetico per descrivere frammenti di storia pubblica di quella comunità. Andò, quando mi fece vedere il film, mi disse che aveva sparso frammenti della mia storia in ciascuno dei gemelli, o se si vuole dei due segretari del partito, come a dire che ognuno di noi è più, o forse meno, della sua rappresentazione; che la complessità è una categoria che rende difficile ogni semplificazione, esaltatoria o denigratoria. Il film ha un’atmosfera particolare, come sospesa tra un realismo estremo e una dimensione sognante, quasi onirica. È un atto d’amore doloroso per la politica, come una dedica ecologica a una natura che va scomparendo, travolta dai malefici di una certa idea della modernità, quella che trasfigura la meraviglia della contemporaneità in quello che Italo Calvino definiva un «cimitero di macchine arrugginite», animate da una confusione tra mezzi e fini.

Il potere è un mezzo, non un fine. È questo il grande equivoco della politica moderna, sirena senza voce, airone deprivato della coscienza del volo e della sua bellezza. Il film di Andò è il racconto di questa doppia identità, della necessità obiettiva della politica e dunque della sua utilità e, al tempo stesso, del suo cupo declino, dello smarrimento figlio della omologazione culturale: «una parte delle nostre parole le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili», diceva Brecht e dice nel film il Segretario, in piazza, a un popolo smarrito. Il magnifico finale, come un omaggio a Schnitzler, è il manifesto della principale ragione di fascino della vita: cercare oltre, più in profondità, dietro la maschera delle cose. E Toni Servillo è commovente nel testimoniare, scisso in due, il fatto che ciascuno, in fondo, è il suo doppio.

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