Hugo Cabret

LA RUBRICA DI WALTER VELTRONI

APRIAMO LA SCATOLA DELLE MERAVIGLIE

In "Hugo Cabret" la realtà e la fantasia sono separate da un filo invisibile da seguire per ritrovare l’innocenza dei bambini

Ma che meraviglia è quel piano sequenza che apre il film di Martin Scorsese Hugo Cabret? Ma che meraviglia è quel film? Per chi ama il cinema quello, sì, è un "luogo dell’anima". C’è tutto, davvero tutto. C’è un bambino che cercando il padre trova il cinema. C’è la meraviglia della meccanica e lo stupore del sogno. Ci sono Leger e Dickens, Disney e Chaplin.

Insomma quella strana creatura cinematografica che sta nella identità culturale di Martin Scorsese, regista americano con l’immaginario europeo. Forse, addirittura, italiano. Regista che non ha mai smesso di dichiarare amore e riconoscenza per De Sica e Fellini. Qualcuno ha detto che il cinema può essere, ed è stato, la prosecuzione del teatro con altri mezzi. Qualcun altro che può essere, ed è stato, la prosecuzione del circo con altri mezzi. Penso sia vero. Visconti e Fellini sono lì a dimostrarlo, come Mamet e Tim Burton. Scorsese sembra amare il cinema più come macchina delle meraviglie, come dilatazione di quello stupore che un bambino prova nel vedere le tigri domate e il mangiafuoco. E chi era Méliès se non un mago, un imbonitore, un inventore di spazi dichiaratamente irreali? In fondo il gioco fantastico che alla fine del film trasforma quello che per lo spettatore è una persona nell’immagine cinematografica del vero George Méliès è un meraviglioso capovolgimento di ruoli. È l’attore del film di Scorsese ad essere irreale e l’altro ad essere stato il vero Méliès.

Realtà e fantasia sono separate da un filo invisibile che rende quella terra di mezzo lo spazio ideale per le scorribande dei geni. Quando la macchina da presa, all’inizio del film, comincia a correre per finire nello spazio vuoto - come un occhio, non a caso - del grande orologio nel quale lavora il piccolo Hugo, lo spettatore è assalito da una emozione profonda. Scorsese ha dimostrato, con questo film, che si può usare il 3D non come stupefacente cinematografico ma come supporto al racconto, come creatore di ansie e di sentimenti. Per parlare di una storia del passato il regista usa lo strumento tecnologicamente più avanzato. In fondo questo è coerente con il tessuto narrativo dell’opera. Per Hugo l’unico rapporto con il suo passato è un robot meccanico. Cioè quanto di più moderno si potesse, al tempo, immaginare. Saggio per cinefili, cartone animato reale, storia per cuori non sepolti, apologo sul progresso: il film di Scorsese è questo e molto di più. Come una scatola delle meraviglie. Una di quelle che si usano nei circhi e che fanno spalancare la bocca ai bambini, le migliori persone del mondo.

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