Anche libero va bene

LA RUBRICA DI WALTER VELTRONI

I RAGAZZI CI GUARDANO E CI PROTEGGONO

Con "Anche libero va bene" Kim Rossi Stuart firma un’opera pietosa, sensibile e zavattiniana

Èun film durissimo, quasi insopportabile, per il dolore che racconta, per come lo racconta. Sembra un film neorealista, un’opera zavattiniana, tanto è grande la pietà e la sensibilità per tutti gli strappi dell’esistenza di una creatura indifesa e sola.

Il bambino di Anche Libero va bene sembra il nipote di quello di Ladri di biciclette: stesso dolore muto, stessa solitudine, stessa indifesa dipendenza da un padre, esso stesso padrone e vittima insieme. E la società, con le sue ingiustizie e le sue povertà materiali e umane, sembra il tetto invisibile del Truman Show. Delimita un cielo livido e grigio, senza sole, anche se c’è. Kim Rossi Stuart, non è solo uno dei migliori attori del cinema italiano, è anche una bella persona, carica di intensità e di pensieri. Questo film, finora il suo unico, ha dentro di sé, evidentemente, molto di reale, molto di vissuto. Forse quel bambino che assiste basito e inquieto alle intemperanze di suo padre, che convive con i suoi repentini e violenti scatti d’ira, con la sua disperazione spesso volgare ha proprio gli occhi profondi di Rossi Stuart. Tommi, il piccolo protagonista, ha undici anni, il tempo della vita in cui si formano le esperienze fondamentali, in cui la acquisita e sincera consapevolezza delle cose consente di recepire, leggere, organizzare il senso di ciò che accade inserendo tutto come i frammenti di una visione, di una idea del mondo e della vita che proprio in quei mesi dell’esistenza prende forma.

Il film è terribile nel trasmettere, quasi fisicamente, la sensazione di una solitudine violenta. Una madre che compare e scompare, un padre che bestemmia e picchia, che litiga con chiunque, che è sempre in gara per affermare ruolo e identità, una casa confusa e disordinata negli spazi, nei tempi, nelle gerarchie e nei compiti. Ma questo padre, personaggio odiabile e odiato, è anche un povero disgraziato che cerca di sbarcare il lunario, di crescere due figli senza una donna al fianco, di regalare ai ragazzi momenti di inspiegabile felicità, come una canzone cantata insieme in macchina. Tommi è sballottato tra l’amore naturale per il padre, unica figura adulta di riferimento, e la rabbia per la sua deriva, tra il desiderio di stare con la madre e la condanna della sua bizzarria. Tommi fa quello che i bambini spesso fanno, consola e protegge un grande. È solo, come un bambino smarrito in un quartiere violento. Ma è un bambino, cioè un titano. Ha la sapienza dei piccoli, conosce la differenza tra bene e male, è sensibile al dolore ma sa di avere davanti un tempo infinito, giudica perché si fa mille domande, ogni esperienza è nuova, ma ora, a undici anni, tutto è finalmente spiegabile e razionalizzabile.

Raccontare i bambini, al cinema, è tremendamente difficile, e lo è ancora di più perché sembra tremendamente facile; in fondo è una delle poche condizioni umane che tutti abbiamo condiviso. Chaplin, Truffaut, Comencini si sono occupati di loro sistematicamente e li hanno ascoltati, prima che raccontati. Quello dei bambini è un mondo, non una condizione temporanea. Ciò che siamo in quel tempo saremo per tutta la vita. Kim Rossi Stuart ha girato un film perfetto. Sembra fatto da un bambino.

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