"PERICLE IL NERO": APPLAUSI A CANNES, FLOP IN SALA

"PERICLE IL NERO": APPLAUSI A CANNES, FLOP IN SALA

L'amarezza di Riccardo Scamarcio: “La disastrosa risposta del pubblico italiano dimostra che è difficile oggi produrre film più sperimentali". La sfida, adesso, è la platea internazionale

Nelle sale italiane ha raccolto poco meno di 20mila spettatori, mentre il Festival di Cannes lo ha invitato nella selezione ufficiale, tra i film del Certain Regard. Parliamo di Pericle il nero (distribuito da Bim la scorsa settimana) che il regista Stefano Mordini e il protagonista nonché produttore Riccardo Scamarcio hanno accompagnato sulla Croisette. All’entusiasmo seguito all’annuncio dell’invito a Cannes, è subentrata l’amarezza per un risultato non brillante ai botteghini di casa nostra. “Prendiamo atto dei gusti del pubblico italiano e del fatto che questo film non è per tutti, anzi, per pochissimi”, commenta Scamarcio, che polemizza con intelligenza e ironia e non si nasconde dietro la felicità di essere al Festival, alle prese con il giudizio di una platea internazionale.

“La disastrosa risposta del pubblico italiano ci spinge però a un’utile presa di coscienza. È evidente la difficoltà oggi di produrre film più sperimentali, che si prendono i propri rischi ed evitando percorsi più consolatori e rassicuranti. Il pubblico in Italia ama altri film, ma a me quei film non piacciono. Io ho voglia di creare qualcosa di diverso, controverso, scomodo e anche sgradevole, di mettere un po’ di sale nella minestra, insomma. La verità è anche che ormai gli spazi per discutere dei film sono estremamente ridotti, e tutto si riduce spesso alle poche e veloci battute di un tweet”.

E Mordini al quale è stato consegnato il Premio Vento d’Europa nato con l’obiettivo di offrire un riconoscimento internazionale a un artista simbolo di tutta la cultura continentale, aggiunge: “È molto difficile in questo momento storico intercettare un pubblico, e questo non vale solo per il cinema. Credo che sia necessario riparametrare tutti i valori perché non è possibile investire tre anni della propria vita e del proprio lavoro in un film il cui successo va giocato nello spazio di un weekend. Bisogna trovare spazi per confrontarsi con la propria opera, creare un nuovo rapporto con la critica e con gli addetti ai lavori. Dobbiamo ricominciare a comunicare nella maniera giusta, non contando sull’ottimismo, ma sul duro lavoro”.

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