Colin Farrell

Colin Farrell

ESSERE COLIN FARRELL: DA DUBLINO A HOLLYWOOD, ANDATA E RITORNO

L'attore irlandese compie quarant'anni: una carriera tra grandi registi, cadute e interpretazioni memorabili

Il sogno del giovane Farrell era quello di diventare un calciatore o una popstar. Nella sua adolescenza, Colin ha collezionato fidanzate come figurine e ha attraversato tutte le tappe della crescita di un adolescente irlandese medio nei primi anni Novanta, tra appassionate sbronze nei pub a scannare Guinness e serate in discoteca a scoprire gli effetti dell'ecstasy.

Le droghe sintetiche lo hanno salvato dal carcere: in un'intervista dello scorso giugno a Jimmy Fallon ha dichiarato che durante un anno trascorso in Australia, fu arrestato per sospetto omicidio; grazie alla testimonianza di un amico, venne rilasciato dopo sei ore passate in caserma. L'amico disse ai poliziotti che era impossibile che l'assassino fosse Colin, perché si trovava con lui a farsi di ecstasy. Tornato nella capitale d'Irlanda, tentò i provini per fare il cantante della boyband dei Boyzone, ma il manager Louis Walsh gli preferì Ronan Keating. Anche nel calcio, il giovane Colin non riuscì a esprimersi: il padre era stato un buon giocatore degli Shamrock Rovers, la squadra di Dublino, negli anni Sessanta, ma lui, tra atteggiamenti incostanti e notti brave, abbandonò presto l'idea di seguire le orme di famiglia.

Non rinunciando, invece, mai agli eccessi dell'alcol e delle droghe, Colin si iscrive alla Gaiety School of Acting, rivelandosi immediatamente uno degli allievi migliori. La recitazione è la sua strada. Nel giro di pochi anni, debutta al cinema e viene scelto da grandi registi di fama internazionale: Joel Schumacher per Tigerland e In linea con l'assassino, addirittura Steven Spielberg per Minority Report. La fisicità e il volto fascinoso e selvaggio di Colin colpiscono la stampa internazionale più delle sue qualità interpretative. In questo senso, il colpo di grazia arriva con il fallimentare Alexander di Oliver Stone. «È stata un’esperienza dolorosa, mi ha fatto veramente male. Il pubblico non ha accolto bene la mia interpretazione, ho deluso tanta gente e ho sofferto continuando a rileggere tutte le critiche negative uscite sui giornali, era come se volessi autoflagellarmi. Per uscirne ci ho messo del tempo, non ero in grado di riprendermi, anche se nel frattempo continuavo a girare film». Eppure, dopo Alexander, proprio nel momento in cui piombano le critiche più feroci, la carriera di Colin cambia completamente. Decide di entrare volontariamente in un centro di disintossicazione: addio eccessi, addio pose da sex symbol.

La svolta arriva nel 2005 con The New World di Terrence Malick. Farrell interpreta John Smith in una delle versioni più dolorose e visionarie di Pocahontas che siano mai state realizzate. Seguono tre anni da urlo: Miami Vice di Michael Mann, Sogni e delitti di Woody Allen e l'epocale In Bruges di Martin McDonagh, uno dei noir post-tarantiniani più riusciti e influenti degli anni Zero. Colin non è più un belloccio irlandese spaesato in preda ai vizi istintivi e animaleschi, ma un attore dal volto segnato e malinconico, con lo sguardo di chi ha un passato che affatica e che si vorrebbe lasciare indietro. Non si sta parlando certamente di un profeta dell'Actor's Studio: Farrell non è un camaleonte né un mostro di tecnica attoriale. Ma, dopo aver superato quella pessima esperienza con Oliver Stone, nelle prove dell'attore irlandese si intravedono qualità sempre più rare in un'epoca contaminata da serie tv, blockbuster preconfezionati e prodotti costruiti a tavolino: cuore, passione, la necessità di recitare per dare sfogo ai propri demoni. Basti pensare a film fragili e imperfetti, ma sinceri come Ondine di Neil Jordan, Saving Mr. Banks di John Lee Hancock o Miss Julie di Liv Ullmann per rendersene conto, che si alternano a ruoli pulp e anticonvenzionali: Pride and Glory, London Boulevard, Sette psicopatici, Dead Man Down.

Arriviamo al 2015, l'anno della definitiva consacrazione. Farrell è il protagonista della seconda, discussa, stagione di True Detective. Stampa e pubblico si dividono, ma grazie alla scorza dura da purosangue irlandese le critiche non intaccano più le convinzioni di Colin. D'altronde, il personaggio di Ray Velcoro prosegue per la strada delle sue ultime interpretazioni: un uomo ferito, dal destino già scritto, e meravigliosamente romantico. Qualcosa di troppo viscerale, cupo e struggente per lo spettatore lobotomizzato dalla serialità televisiva. The Lobster del regista greco Yorgos Lanthimos, vincitore del Premio della giuria a Cannes, è il grande esordio di Farrell nel cinema d'autore per eccellenza. Il risultato è mastodontico: questa volta è un individuo medio(cre) in una realtà distopica, che ha soltanto 45 giorni di tempo per trovare l'anima gemella, altrimenti sarà trasformato in un'aragosta. E non ci sono più dubbi: la riuscita del film è anche e soprattutto merito delle sue inarrivabili sfumature tragicomiche. Quelle che possono vivere soltanto sui volti di chi ha conosciuto il lato oscuro dell'esistenza.

A quarant'anni Colin non ha bisogno di dimostrare più niente a nessuno. Oggi è un caso più unico che raro di divo maturo, che non ha bisogno di dar spettacolo di sé sui tappeti rossi o nelle conferenze stampa dei grandi festival. Il tempo degli eccessi è terminato, è stato divertente negli anni giovanili ma poi ha portato soltanto sofferenza: e così si può pensare serenamente ai progetti futuri, passando indifferentemente dall'autorialità di Lanthimos al fantasy Animali fantastici e dove trovarli, una specie di prequel della saga di Harry Potter, la cui uscita italiana è prevista per l'11 novembre 2016. E il pubblico ormai lo segue a scatola chiusa, a prescindere dal tipo di proposta: a Dublino come a Hollywood, essere Colin Farrell significa rialzarsi dopo le cadute, senza dimenticare mai le proprie radici.

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