L'INTERVISTA: CHRISTIAN DE SICA

L'INTERVISTA: CHRISTIAN DE SICA

I cinepanettoni e la svolta d'autore, i ricordi di papà Vittorio, il rifiuto a Tornatore e il consiglio di Manfredi: l'attore si confessa a Piera Detassis

A sessantacinque anni Christian De Sica ha deciso di ricominciare dalle signore e, con una piroetta, un inchino e il film Fräulein, un fiaba d’inverno, il re della farsa-nazionale ha chiuso la porta in faccia alle tante bonone, ormai antiche, dei cinepanettoni. «Abbiamo esagerato», ride. «Tre donne, tre esordienti dietro la macchina del set, la regista Caterina Carone, 32 anni, la direttrice di fotografia Melanie Brugger, la montatrice Enrica Gatto. E per chiudere in bellezza  la protagonista Lucia Mascino, un’attrice che arriva da lunghi anni di teatro innovativo ed eccentrico con Filippo Timi e oggi è nel nuovo film di Francesca Comencini». De Sica racconta così la svolta d’autore nel fiabesco film appena visto in sala e prodotto da Carlo Cresto Dina, noto per film piccoli e raffinati, genere Le meraviglie di Alice Rohrwacher. È anche la prima volta con una regista donna, perlomeno al cinema, un cospicuo slalom dalla pista innevata del mitico Vacanze di Natale di Carlo Vanzina del 1983 al fiabesco lago ghiacciato dell’Alto Adige di oggi, dai lussi borghesi di Cortina alla gasthaus decaduta, con l’inquietante tempesta solare che incombe su tutto e tutti annunciando l’aurora boreale. 

Ma è vero che a consigliarle il salto dalle settecento copie stile De Laurentiis al circuito di nicchia e qualità, è stata sua moglie Silvia Verdone?

«Silvia mi ha detto di aver letto un copione delizioso, «non puoi perderlo». Aveva ragione, è una storia così lontana dai film di Natale che avrebbe potuto scriverla solo una signora. Il sessantenne non fa la cosa scontata, non va con la donna più giovane, è il racconto di un amicizia tra un vedovo che rimpiange la moglie perduta e una tipa solitaria e inacidita. Grazie a questo film ho capito che l’amicizia tra uomo e donna può esistere, ma a raccontarla e crederci può essere solo una regista, un maschio non ci riuscirebbe, siamo più rozzetti. Arrivo vestito come nei cinepanettoni, colbacco esagerato, poi ripiglio l’aspetto di un borghese tranquillo, buffo ma anche gonfio di malinconia e tenerezze. Le donne nel raccontarci hanno indubbiamente una sensibiltà più sottile».

Mi diceva che la sensibilità femminile la possedeva suo padre Vittorio...

«Sembrerà strano ma Vittorio era così, nascondeva questo risvolto fragile, impensabile in uno che è stato l’emblema di un certo maschio italiano non solo nei ruoli che interpretava, famoso per la passione per il gioco e per la doppia vita familiare, diviso tra la moglie legittima e la simultanea convivenza con mia madre, Maria Mercader. Eppure batteva in lui un cuore fragile, un’acutezza femminile. Si ricorda il gesto del bambino di Ladri di biciclette, quando vede il padre che ruba la bicicletta e si addolora, si vergogna, inciampa? Ecco, lì si asciuga le lacrime con il dorso della manina, alla rovescia, così come gli aveva suggerito mio padre sul set. Per me è un’immagine indimenticabile, un gesto insolito. Una sgrammaticatura, e però proprio per questo ancor più struggente proprio perché eccentrico».

Ma la scelta di girare Fräulein rappresenta una mossa consapevole verso un’altra carriera?

«Tanto per cominciare qui i personaggi sono tutti maturi, nessuna concessione alla moda forever young, si avverte la malinconia dell’età che avanza. Insomma questo film ha fatto uscire tutta la verità, ho tolto, sottratto. Nella vita non assomiglio per niente al Christian che avete conosciuto nei cinepanettoni, a tutti i misogini, maschilisti, maleducati, prepotenti che ho interpretato: quelli li ho presi per sempre per i fondelli. Come ho imparato da Alberto Sordi, il mio faro».

Le pesa aver nobilitato, reso simpatici i peggiori, i volgari, i cialtroni?

«No, perché ho raccontato la borghesia italiana di quel periodo, tra gli anni Settanta e Novanta e credo che un giorno avremo un posto nel libri di Storia, almeno del costume, perché il cinepanettone è la formula che meglio racconta non solo la volgarità dell’epoca, ma le illusioni e il sogno interrotto degli italiani, tutto il nostro provincialismo. E poi rendere simpatiche le carogne non è facile per niente, sa? Ci vuole talento. Però lo ammetto, è meglio interpretare il demonio che San Francesco, perchè San Francesco non fa ridere con prediche e buoni consigli. Traduca questo in politica e capirà...».

Con il cinepanettone sembrava aver chiuso, si è separato da Boldi, poi da De Laurentiis, ma alla fine è tornato al genere puro con Vacanze ai Caraibi.

«È vero, avevo detto che di cinepanettoni non ne avrei più fatti e invece c’è stata la ricaduta. Il risultato, comunque, ha sfiorato gli otto milioni al botteghino, meglio non scordarsi che c’è ancora un pubblico, uno zoccolo duro che non molla. Tanto è vero che, dissolto il cinepanettone classico, tutti si son messi a fare la commedia di Natale, che non è poi così distante, solo finge di essere più fighetta. Vorrà pur dire qualcosa...».

Tornerà in coppia con Boldi?

«No, con Boldi no, ma tornerò con un nuovo film di Natale, prodotto da WildSide e scritto con Fausto Brizzi, un passo avanti nella commedia farsa. No, non rinnego nulla, voglio variare sul tema con intelligenza, innovare, non cancellare quello che c’è stato. Ho avuto una vita e una carriera singolari ma bellissime: ancora oggi sono insicuro, non so se sono un bravo attore o uno mediocre, certo non si smette mai di imparare, ma l’affetto che mi dimostrano i ragazzi per strada è impagabile e raro. Era così anche per Totò e Peppino. Totò contro Maciste mica era meglio dei nostri film, ma poi anche lì scattavano quei cinque minuti di follia, esilaranti. E dici poco? Per questo son diventati culto».

Qual è il segreto per durare?

«Bisogna rigenerarsi, fare tutto, ma non strafare. Il segreto me lo hanno insegnato i grandi che giravano per caso, la pigrizia e il disincanto di Rossellini, il distacco di mio padre che il quarto Oscar non andò neanche a ritirarlo «perché poi ti fai anche dei nemici». Nino Manfredi mi diceva sempre: «Bisogna fare solo un film all’anno» ed erano i tempi d’oro, per lui e per tutti! E allora io cerco di alternare un cinepanettone a un libro, la tv al teatro. Gli attori di oggi, invece, arrivati alla notorietà s’accaniscono, fanno nove film all’anno, come Raoul Bova, i film non si distinguono più, sempre lo stesso cast e anche uno bravissimo come Marco Giallini rischia di consumarsi, sovraesporsi».

Ci sarà mai un film con suo cognato Verdone, dopo la parentesi cult in Borotalco?

«Il progetto c’è da tempo,vorremmo chiamarlo I cognati. Chissà...»

Fräulein è il disgelo tra lei e il cinema d’autore italiano?

«Preferisco pensare che sia in parte il mio disgelo come attore. Quando fai la farsa reciti per stereotipi, nel cinepanettone è tutto finto, dal coito alla vincita al Totocalcio, alla droga. Ogni faccia è una maschera. Qui ho cercato di esser me stesso asciugando gli effetti, devi pensare a ciò che dici e a ciò che senti, devi sempre guardare l’altro negli occhi, non mollarlo un istante. È la virtù del cinema realista, questo mi ripeteva sempre mio padre, questo cerco di fare».

Il cinema italiano cerca Christian De Sica o è ormai un’icona talmente forte da vivere imprigionato nella maschera? 

«Proposte diverse il nostro cinema non me le fa, o almeno è raro che accada. In questo senso sì, forse posso parlare di prigione. Del resto, il successo del cinepanettone è una macchina infernale, quando esci con 700 copie si tratta di un equilibrio fragile da trattare, non puoi sbagliare i meccanismi. Così, per mancanza di tempo in agenda, ho perso L’uomo delle stelle, che Giuseppe Tornatore aveva scritto per me (il ruolo poi andò a Sergio Castellitto, nda), e Nine, dove Rob Marshall mi aveva riservato tre numeri musicali poi ridotti nella versione senza De Sica: ero a Rio, per una delle tante Vacanze al cinema, non potevo. Magari la mia carriera sarebbe cambiata, non lo saprò mai».

Rimpianti?

«Non sarebbe il caso, lo ripeto, ho avuto - e ho - una vita bellissima. Anche con grandi scoperte emozionanti. Alla morte di mio padre Vittorio, siamo venuti a sapere che a Bruxelles, sotto terra, in una sorta di capsula del tempo, sono sepolte tre opere per chi vorrà capire cos’è stata l’arte del Novecento: la partitura di Saga della Primavera di Stravinski, una riproduzione di Guernica di Picasso e una copia di Ladri di biciclette. Quanti possono dire di avere ricevuto una tale eredità morale ? Avere avuto come padre Vittorio De Sica è insieme una grande responsabilità, e una ricchezza incomparabile. Sa cosa diceva sempre Soldati? «Noi tramontiamo, Vittorio albeggia».

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