Peter Greenaway è forse il regista più visionario e anticonformista tra gli autori europei che hanno fatto la storia del cinema degli ultimi quarant’anni. Non a caso ha aperto la sua masterclass al Ca’ Foscari Short Film Festival (in conrso all’Auditorium Santa Margherita di Venezia fino al 25 marzo) stigmatizzando l’attaccamento odierno per il cinema tradizionale: «Siamo forse troppo legati al concetto di feature film per ammetterlo, ma credo che siamo arrivati alla fine del cinema di fiction, e non c’è alcuna ragione per dolersene. Per i miei genitori e i miei nonni, il cinema era un fenomeno sociale da condividere in compagnia la sera, davanti a grandi schermi che proiettavano grandi storie. Ecco, credo che questa idea di «cinema pubblico» abbia iniziato a morire quando io avevo 21 anni». Al pari del cinema muto, per Greenaway il cinema narrativo sta andando oggi incontro a un destino di oblio.

Greenaway ha proiettato alcuni corti realizzati nel corso di quasi quarant’anni di carriera, nell’intento di presentare «l’evoluzione di una cinematographic intelligence in diversi contesti» e una valida alternativa al cinema comunemente inteso. Il primo, realizzato su commissione per la Triennale del design di Milano, vuole mettere in crisi la concezione di schermo: «Perché siamo così attaccati allo schermo rettangolare, e perché ce ne deve essere uno solo? Come avete potuto vedere, nulla di quanto rappresentano in ciascuno degli schermi tenta di raccontarvi una storia, cosa che io ritengo un imperdonabile spreco di tempo nel cinema.»

Stando a Greenaway, la storia sarebbe soltanto un dispositivo per mettere insieme delle idee. Di Casablanca, di Guerre Stellari e degli altri film che amiamo di più infatti non resta la “storia”, ma potenti immagini cinematografiche che altro non sono che la messa in immagine di idee. Ne consegue che «gran parte dei film non sono che testi illustrati. Ma dovremmo avere un cinema di pittori, non un cinema di scrittori. E la ragione per cui non lo abbiamo, è che la maggior parte delle persone sono visivamente analfabete (visually illiterate)».

Facendo valere la sua formazione pittorica, ha fatto presente come anche la Storia della pittura europea sia stata per lungo tempo testo illustrato, ma con l’arrivo di Monet e gli altri si è dimostrato che un dipinto non deve illustrare un testo per sussistere. «Se il cinema vuole essere un’arte a sé, esso dovrebbe separarsi dalla libreria, mentre i film odierni sono sostanzialmente favole della buonanotte per adulti».

Ma come si può fare un cinema che sia basato sulle immagini (picture based) e non sul testo? L’esempio proposto è stato Writing on water (https://vimeo.com/24184170 ). Combinando brani di tre grandi della letteratura angloamericana (Shakespeare, Coleridge, Melville), Writing on water cerca di riprodurre l’impossibilità dell’atto di scrivere sull’acqua: non solo è basato su immagini, ma anche sulla musica. Le parole sono scritte da un calligrafo, cantate da un coro, commentate da un’orchestra e al contempo combinate con immagini selezionate e mandate sullo schermo tramite una console da Greenaway stesso. Dopo aver proposto un altro corto sulla Storia delle torri di Lucca e il visionario omaggio a Mozart Not Mozart, Greenaway ha chiuso con Intervals, film “ritmico” girato in gioventù a Venezia e Atomic bombs on planet Earth (https://youtu.be/Mc3EKAszRAw ), che rievoca la paura di un olocausto atomico, avvertita molto vicina dalla generazione del regista al tempo del testa a testa Kennedy-Castro.

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Maestra del cinema d’autore è anche l’animatrice indiana Gitanjali Rao, protagonista di un’intervista diretta da Davide Giurlando sul valore del cinema indipendente e sulle difficoltà di quanti si discostano dall’universo delle grandi produzioni, con particolare riferimento a Bollywood. Le parole dell’autrice sono state accompagnate dalla proiezione di alcuni dei suoi cortometraggi più significativi: tra questi spicca il Premio per il Miglior Cortometraggio vinto al Festival di Cannes nel 2006 con Printed Rainbow, ultima tappa di un viaggio atipico nell’universo femminile introdotto dalle animazioni Blue e Orange, ciascuna delle quali proiettata nell’ambito dello Short.

Giovanni Stigliano Messuti

Il programma del 23 marzo:

La terza giornata dello Short inizia a passo di danza con la sezione Music Video Competition, alla sua seconda edizione sotto la direzione di Giovanni Bedeschi: video musicali provenienti da scuole di cinema di tutto il mondo sono stati proiettati sul grande schermo e il vincitore sarà annunciato nella giornata di domani

A seguire, Young Filmmakers at Ca’ Foscari, dedicato ai film realizzati dagli studenti cafoscarini, nell’ordine il corto vincitore del concorso per i 150 anni dell’Ateneo (The Past is Present, di Nicolò Grasso), il cortometraggio Come se non fosse mai successo di Jacopo Renzi e il trailer in anteprima di Nel cuore muto del divino di Riccardo De Cal, sull’intervento di Carlo Scarpa alla storica Aula Baratto dell’università.

Hugs and Hurricanes, di Diëgo Nurse, Belgio
Hugs and Hurricanes, di Diëgo Nurse, Belgio

Quindi con Short Meeting Point sono stati presentati i corti realizzati dagli studenti iscritti al Master of Fine Arts in Filmmaking: da lunedì 12 marzo hanno avuto 72 ore per realizzare dei corti su temi estratti al momento dell’avvio. Il risultato vi sorprenderà: ognuno col proprio stile, gli studenti sono riusciti a produrre il film assegnatoli dalla sorte (a chi un noir, a chi una commedia e via dicendo) senza farsi spaventare dalla la corsa contro il tempo.

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Hugs and Hurricanes, di Diëgo Nurse, Belgio
Hugs and Hurricanes, di Diëgo Nurse, Belgio

Stefano Locati ha proposto poi East Asia Now: Weird & Experimental, una selezione di visioni contemporanee dell’Estremo Oriente più bizzarro, raccontate attraverso una serie di cortometraggi incentrati sugli aspetti più inusuali delle rispettive culture (Giappone, Taiwan, Corea e Filippine). In tale occasione è stato dato spazio anche alla presentazione del Dong Film Fest, festival italiano dedicato al giovane cinema cinese.

Dopdi, di Shivani Sharma, India
Dopdi, di Shivani Sharma, India

Per il Concorso Internazionale, sono stati proiettati: Dopdi di Shivani Sharma (India), violenta storia di emancipazione femminile in un contesto tribale; Wiem (I know) di Piotr Nalazek (Polonia), controversa riconciliazione ispirata al romanzo di William Faulkner L’urlo e il furore; Hugs and Hurricanes di Diëgo Nurse (Belgio), documentario con inserti animati su gioie e dolori della paternità; Ya ostayus (I’m staying) di Grigory Kolomytsev (Russia), dove il lutto per la perdita del fratello guida il protagonista alla scoperta della propria anima; The Blacksmith di Ivan Andrianov e Nina Gudme (Germania/Ucraina), documentario su un fabbro e la sua peculiare visione del mondo; Nueve Nudos (Nine knots) di Lorena Maria Colmenares Molina (Venezuela), racconto di formazione travagliato tra lutti e antiche tradizioni; El escarabajo al final de la calle (The Beetle at the End of the Street) di Joan Vives Lozano (Spagna), geniale commedia grottesca sulla morte; Eric di Hakan Sağıroğlu (Ungheria/Turchia), in cui il piccolo protagonista si trova suo malgrado coinvolto negli eventi destinati a stravolgere la sua famiglia; Lijana (The Vine) di Ivan Đurović (Serbia), alle prese a sua volta con il mondo dei giovani e la loro riluttanza a entrare in quello degli adulti; Taasta Side (Recover reconnection) di Tõnis Pill (Estonia), un film di genere che vede coinvolti un criminale e il figlio redento, poliziotto sotto copertura.

The Blacksmith, di Ivan Andrianov e Nina Gudme, Germania-Ucraina
The Blacksmith, di Ivan Andrianov e Nina Gudme, Germania-Ucraina

Eccoci arrivati a Short Meets Shutaro Oku, il focus sul regista giapponese che mescola brillantemente cinema e teatro avvalendosi delle nuove tecnologie. Sul palco dell’Auditorium ha presentato una selezione dei suoi video-fondali animati realizzati per rappresentazioni del teatro dal 2000 al 2018, seguiti dai corti La La La Don (2017) e il suo nuovo progetto Nigorie, girato fra Tokyo e Venezia e presentato in anteprima mondiale.

In serata, il Programma speciale della Giuria, con le proiezioni dellle opere selezionate dai tre giurati internazionali: Soul Journey – To the future of Nanto (2015) di Hiroki Hayashi; il documentario Early Learning (2009) di Marcin Bortkiewicz; la parte introduttiva dell’ultimo lungometraggio di Roberta Torre Riccardo va all’inferno (2017).