«La commedia credo sia la forma che meglio può cogliere, in “poco” tempo, le trasformazioni e le relazioni umane, può compattare temi, personaggi, situazioni e svelarne la natura» racconta a Ciak Gabriele Muccino, che è tornato a Ischia negli stessi luoghi in cui ha girato A casa tutti bene (per inciso, fresco anche del Ciak d’oro a Massimo Ghini).

L’Ischia Film Festival ha premiato Gabriele ieri sera, dopo che l’autore ha presentato il film al pubblico insieme a due delle coprotagoniste, Sabrina Impacciatore e Sandra Milo.

A casa tutti bene sembra un po’ una svolta di un percorso cinematografico della sua vita. È così?

La fine non è mai fine… Sicuramente è una tappa importante dopo i miei anni “americani”. Nasce dalla voglia di tracciare una linea in un percorso di cinema, o meglio, questo film è un po’ la somma di tante cose, della mia esperienza negli USA, della mia crescita personale, di tutto quello che la vita porta… Questo film tutto sommato “compresso” per unità di luogo e tempo poteva essere un’opera senza fine, poteva durare almeno sei ore, invece dura un’ora e quarantacinque minuti, meno dell’Ultimo bacio, nonostante la complessità di storie che intreccia. Vuole raccontare fondamentalmente l’incompiutezza degli esseri umani. Ho ritrovato nuove energie dopo un po’ di mesi e sto scrivendo un nuovo film.

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Sarà un film italiano o americano?

Un’altra storia italiana. Ho già scritto la seconda fase del trattamento, la scaletta è già molto precisa e poi prenderà forma di sceneggiatura. È già in fase avanzata ed elaborata di scrittura…

Come l’esperienza americana ha cambiato o riplasmato il suo modo di fare cinema o il suo sguardo?

Sicuramente mi ha formato molto nel “mestiere”. Ho fatto salti acrobatici enormi per riuscire a navigare in modo camaleontico nei mari della cinematografia hollywoodiana. Avevo paura di essere riconosciuto immediatamente come un regista “mediterraneo” o dell’italiano che vuole andare a fare il film in inglese. Temevo di cadere in qualche stereotipo, questo non è mai avvenuto e non è uscita una sola recensione in cui si dicesse “un regista italiano che vuole fare l’americano”. Credo di essere riuscito a “metamorfizzarmi” in una cultura che per me rimane comunque aliena.

Ha mai pensato di dedicarsi alla serialità televisiva?

Ho un’idea che sto già sviluppando per serializzare il seguito di A casa tutti bene. Stesso cast e immaginare quello che accadrebbe “dopo”, quando i personaggi tornano in città, lasciando l’isola. Siamo in fase di “ricognizione” e stiamo facendo colloqui per vedere se il progetto è realizzabile.

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Luca Barnabé