Alla Disney ormai da più di 24 anni in vari ruoli (animatore, regista, curatore degli storyboard), Robb Pratt ha condiviso la sua infinita esperienza salendo sul palco del Ca’ Foscari Short Film Festival (in corso all’Auditorium Santa Margherita di Venezia fino al 24 marzo) per raccontare al pubblico cosa significa lavorare nell’industria dell’animazione oggi e che cosa, nel bene e nel male, è cambiato rispetto a un tempo.

Nato in una famiglia disagiata e con pochi mezzi a disposizione, Pratt ha avuto però la fortuna di nascere a Nord di Hollywood, a pochi passi dai Walt Disney Studios: le sue due grandi passioni erano i cartoni animati e i supereroi (Superman in particolare), quindi non avrebbe potuto sperare di meglio. Finita la scuola superiore, entrò in contatto con alcuni animatori della Cartoonist Union durante uno sciopero: fu così che decise di seguire dei corsi serali di animazione, lavorando la mattina e utilizzando il tempo libero a disposizione per migliorarsi. A motivarlo non era solo la passione che da anni coltivava, ma anche la speranza di poter uscire una volta per tutte dalla povertà, dal momento che non poteva aspirare a un’istruzione universitaria.

La scalata iniziò negli anni Novanta, quando la Disney, che abbisognava di nuove maestranze, lo reclutò per la realizzazione di Pocahontas (uscito nel 1995). Gli Studios gli sembrarono un paradiso: poteva stare fianco a fianco coi grandi maestri che ammirava, e magari nel frattempo imparare dal loro lavoro. Gli fu subito chiaro però che per raggiungere tale livello sarebbe stato necessario uno sforzo in più: ancora una volta prese a passare le notti sul posto di lavoro, imparando a utilizzare tutti gli strumenti del mestiere e migliorandosi nel disegno a mano. Da qui, la prima lezione: «I maestri possono fino a un certo punto, per migliorare non c’è altra via che il duro lavoro e la dedizione, una cosa, questa, che nessuno ti può insegnare».

Ma nel ’95 uscì anche Toy Story, e le cose cambiarono. Molti paventarono la possibilità che il disegno a mano venisse completamente sostituito: Pratt non si scompose e cercò di mettersi al passo coi tempi, anche se il brivido dell’animazione digitale non era minimamente comparabile a quello dell’animazione tradizionale. Quindi per 8 mesi lasciò la Disney per la Nickelodeon, dove poté farsi le ossa con lo storyboard, un’arte in cui non eccelse fino all’incontro con un collega, che pazientemente gli dimostrò che saper disegnare non basta: «per uno storyboard ci sono sequenze, movimenti di macchina e tagli di montaggio da immaginare e tradurre in vignette, una pratica che richiede tempo per essere padroneggiata. È proprio un altro tipo di linguaggio».

Forte di quest’esperienza, tornò alla Disney, ottenendo la sua prima regia per una serie televisiva. La regia gli insegnò cos’è l’invidia: «Essere in una posizione di rilievo mi fece scoprire quanto ero invidioso dei miei colleghi. Persone che non ritenevo artisticamente dotate quanto me ottenevano opportunità che volevo io. Non mi piaceva sentirmi così, dunque andavo a casa, ne discutevo con mia moglie e cercavo di convertire tutta quell’energia negativa in qualcosa di positivo». È così che hanno visto la luce le sue prime animazioni indipendenti, ovvero i corti Superman Classic, Superman Bizzarro e Flash Gordon Classic – tutti proiettati durante il suo intervento assieme al primo episodio della nuova miniserie CARMAN: The Road Rage Anti-Hero –, realizzati in completa autonomia nello studio di casa.

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Prima di rispondere alle domande del pubblico e congedarsi, Pratt ha dispensato alcuni consigli pratici riguardanti la costruzione e l’animazione di una storia, incoraggiando a «pensare primitivo», partendo da idee semplici ed efficaci che non siano troppo ambiziose, le quali rischierebbero invece di farci rinunciare in partenza. «Per riassumere, dovete cercare di incanalare tutta l’energia negativa che sentite per fare qualcosa di buono. E usate la vostra arte per ispirare gli altri, è quello di cui la gente ha bisogno».

Giovanni Stigliano Messuti

Ca’ Short Film Festival: il programma del 22 marzo

Il festival organizzato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia si prepara a ospitare un vero mito: il regista britannico Peter Greenaway, protagonista di un’intervista a cura di Flavio Gregori, Prorettore alle Attività e rapporti culturali dell’Università, durante la quale presenterà anche una serie di clip tratte dai suoi celebri lavori che traggono la loro forza espressiva da una ricerca artistica incessante. Tra gli ospiti di oggi anche l’animatrice indiana Gitanjali Rao.

L’Auditorium Santa Margherita apre i battenti per il VideoConcorso Francesco Pasinetti, presieduto da Anna Ponti sotto la direzione di Michela Nardin. Nato e sviluppatosi a Venezia, il VideoConcorso rinnova il sodalizio con il Festival nel segno della promozione del dialogo interculturale e del turismo sostenibile, con un occhio di riguardo per la città di Venezia nella sua fragilità. L’obiettivo del progetto è promuovere un’attività cinematografica a livello locale, incentivando la partecipazione delle giovani generazioni: verrà proiettata una selezione dei finalisti del Premio Bruno Rosada, il concorso dedicato ai booktrailer, ovvero video di pochi minuti nei quali i giovanissimi registi si cimentano nel racconto di un libro attraverso le immagini in movimento.

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Astrale, di Bérénice Motais de Narbonne, Francia
Astrale, di Bérénice Motais de Narbonne, Francia

Poi è la volta di Video-oke!, il tradizionale intervallo cinefilo dello Short in cui chi lo desidera ha occasione di provare a doppiare alcune delle scene più famose della storia del cinema. Si rinnova anche l’appuntamento con il programma speciale Lo Sguardo Sospeso, un focus sulle ultime tendenze della videoarte italiana a cura della video-artista Elisabetta Di Sopra. La selezione di quest’anno (8 opere in totale) ha per tema la caducità e transitorietà del reale, così come il complesso rapporto tra uomo e natura.

A(U)N, di TS Prasanna, India
A(U)N, di TS Prasanna, India

Per il Concorso Internazionale saranno presentati Freie Kamera, di Lukas März (Germania), ritratto documentaristico di Ernst Schmid, ex operatore dei Bavaria Studios che nonostante l’età non rinuncia ad effettuare riprese nel tempo libero; Astrale di Bérénice Motais de Narbonne (Francia), delicata animazione in stop motion sulla scoperta della sessualità femminile; Night Call di Amanda Renee Knox (Stati Uniti), dramma molto attuale sulla vita di una poliziotta di colore; Adavede di Alain Parroni (Italia), avventura surreale nella periferia romana alla ricerca di un caricabatterie per cellulare; Huándǎo gōnglù (Around the island) di Adam Yang (Hong Kong/Cina), storia di un reporter e del suo scontro con le autorità, ispirato a una reale esperienza di vita del regista; A(U)N di TS Prasanna (India), incentrato su un incontro con l’Altro (un autografo e un indigeno) assai problematico; Pipinara, di Ludovico Di Martino (Italia), racconto di gioventù bruciata sullo sfondo dell’omicidio di Pasolini; Abandon, di Varun Chopra (Stati Uniti/India), che parla degli eventi (reali) che hanno scosso il sistema di affido giovanile nello Stato della California; Elena, di Ayerim Villanueva (Costa Rica), che problematizza l’omosessualità femminile in un contesto sociale conservatore; Roditeli prikhali ko mne na Sri Lanku (Parents Came to Me to Sri Lanka) di Vera Vodynski (Russia), in cui un misterioso rito di purificazione di un villaggio dello Sri Lanka condurrà il protagonista straniero e i suoi genitori a misurarsi con l’ignoto.