L’undicesima edizione di Le Voci dell’Inchiesta, il festival del cinema del reale organizzato da Cinemazero di Pordenone, non poteva che concludersi con un ricordo di Vittorio Taviani proprio nel giorno segnato dalla sua dolorosa scomparsa. A parlare del grande regista è stato un altro monumento del cinema italiano, sia come autore che come critico e saggista: Italo Moscati, a Le Voci dell’Inchiesta come presidente della giuria.

Moscati ha voluto ricordare come, dagli anni ’60, lui e Vittorio Taviani siano stati compagni di viaggio nell’attraversare dei decenni di cambiamenti rivoluzionari per il Paese, che li hanno visti partecipare a diversi momenti cruciali del recente passato. In un toccante excursus di una carriera che i due fratelli Taviani hanno costruito in un sodalizio granitico, Moscati ha voluto sottolineare come il loro stile asciutto, contraddistinto da una magistrale pulizia formale sia sempre stato al servizio di impegno e sensibilità verso la narrazione dei mutamenti sociali e politici. “Mi considero appartenente a quel gruppo di autori che, come loro, ha cercato di capire e raccontare il mondo e il nostro Paese, usando il cinema come uno strumento di inchiesta capace di arrivare a tutti, ha detto Moscati. “In loro ho trovato dei preziosi interlocutori a cui ho spesso fatto riferimento nel mio lavoro”.

Nell’ultima serata del festival, che chiude in positivo con più di 50 ospiti e moltissimi eventi sold out, il coordinatore Riccardo Costantini ha sottolineato come questa undicesima edizione abbia celebrato la libertà in tutte le sue declinazioni: dalle dittature, dalle schiavitù, dalle barriere di qualsiasi natura che rendono impossibile la naturale manifestazione della più autentica identità di ciascuna persona e di ciascun popolo.

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La presentazione di Muhi – Generally Temporary

E non a caso sia pubblico che Giuria hanno votato come vincitore il documentario Muhi – Generally Temporary di Rina Castelnuovo-Hollander e Tamir Elterman, la storia di un bambino di 7 anni che viene da Gaza, ha una rara malattia autoimmune e per questo ha subito l’amputazione delle braccia e delle gambe. La sua condizione di salute l’ha portato a conoscere sia specialisti arabi che ebrei, ma non può tornare a casa dalla sua famiglia poiché il sistema sanitario palestinese è disastrato e incapace di trattare il suo caso: il piccolo Muhi è diviso tra due mondi che tenacemente e con una contagiosa voglia di vivere tiene uniti, amorevolmente assistito da suo nonno, Abu Naim, e da un volontario israeliano, “Buma” Inbar, intervenuto al festival per introdurre il film.

Le Voci dell'Inchiesta
Le Voci dell’Inchiesta – premiazione (foto di Elisa Caldana)