The Happy Prince, Rupert Everett diventa Oscar Wilde tra ascesi e kitch

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The Happy Prince

Id., Germania, Belgio, GB, Italia, 2018 Regia Rupert Everett Interpreti Rupert Everett, Colin Firth, Emily Watson Distribuzione Vision Distribution Durata 1h e 45′

In sala dal 12 aprile

Ammalato e prostrato dai due anni di condanna ai lavori forzati per pubblica condotta immorale (ovvero: omosessualità), il commediografo Oscar Wilde vive gli ultimi anni della sua esistenza praticamente in esilio. Lontano da moglie e figli, abbandonato dall’amante “Bosie” Douglas, incapace di scrivere, sopravvive oberato di debiti, tra taverne e bicchierini di assenzio in terra di Francia. A Dieppe viene raggiunto dagli amici Robert (suo ex amante) e Reggie, almeno sino al ritorno dell’amato Bosie. Insieme progettano una fuga a Napoli dove vivono col sussidio della madre del ricchissimo e “spietato” giovanotto, ma sarà l’ultimo bagliore del crepuscolo. Finiti i soldi, rotta la relazione, rientrato a Parigi, lo scrittore si spegne circondato da pochi amici cari, con i conforti della religione cattolica, proprio mentre termina di raccontare la struggente fiaba del Principe Felice a due incuriositi ragazzi di strada.

The Happy Prince
The Happy Prince

La sceneggiatura è costruita sul filo del racconto, continuamente interrotto, della celebre, triste favola (un capolavoro della letteratura decadente), ma in realtà è un continuo vorticare avanti e indietro nel tempo sull’onda dei ricordi e del progressivo aumentare della malattia di Oscar Wilde (forse la sifilide o forse, come si sostiene oggi, una otite mal curata e degenerata). Per rendere al meglio l’idea di questo andirivieni nei ricordi, tra la gloria e il degrado, l’estasi e lo sperpero gioioso in compagnia e l’irrimediabile solitudine data dal senso di fallimento, Rupert Everett (qui al suo debutto dietro al macchina da presa) che si è identificato nel personaggio sino a enfatizzare il proprio stesso personale decadimento, gonfiandosi e accentuando le prominenze del volto e le smorfie amare e sarcastiche del ghigno, sempre ansimante e sbuffante, sceglie di girare le scene spesso con la cinepresa a mano, cosa che volutamente modernizza e contemporaneamente squilibra l’impaginazione da cinema in costume come dovrebbe essere.

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The Happy Prince
The Happy Prince

Non diremo che The Happy Prince sia entusiasmante, questo no di certo: troppa enfasi e troppa inevitabile confusione tra estetismo, ascesi e kitch (la scena della morte è di plumbea pesantezza), quasi un Ken Russell senza allegria, ma un film dignitoso e degno di rispetto questo sì. Un biopic che cerca quasi di rispondere alla domanda che fanno sullo schermo a Wilde: “Signor Melmoth (lo scandaloso esule gira così in incognito) perché la rovina affascina tanto l’uomo?”. Gli attori rispondono bene, ovvero con l’aplomb britannico dei super professionisti, a partire da Colin Firth, Emily Watson, Tom Wilkinson (e in una taverna francese riconosciamo una quasi irriconoscibile Beatrice Dalle, ovvero la sexy Betty Blue degli anni ’80), più un Colin Morgan (in Tv Merlin e The Fall), ambiguo e sprezzante “Bosie”, cui spetta anche l’onere del controcanto critico, da recensore perspicace ante litteram, come quando lo stronca con disprezzo: “Sotto la tua prosa non c’è l’ombra di una sostanza”. Però c’è sicuramente un cuore indistruttibile, proprio come quello del suo Principe Felice.

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