2001: Odissea nello spazio, i 50 anni del capolavoro di Kubrick

2001 Odissea nello Spazio

Nel 2019 saranno passati 50 anni da quando Neil Armstrong mise piede sulla Luna. Quest’anno, invece, a spegnere 50 candeline è il capolavoro di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio, l’ultimo film dedicato a un viaggio interstellare realizzato prima dello storico allunaggio del 19 luglio 1969. Un lavoro destinato a entrare nella storia del cinema, da un lato come uno dei più grandi film di fantascienza di tutti i tempi, che segna il prevalere della scienza sulla fantasia (parole di George Lucas), dall’altro come uno
dei più complessi e oscuri, grazie all’insieme di suggestioni, rimandi e citazioni di cui è imbevuto.

2001: Odissea nello spazio

Inizialmente Kubrick, mentre era a New York nell’aprile del 1964 per la prima de Il dottor Stranamore, aveva pensato di girare un film di fantascienza che parlasse di alieni e voleva farlo in grande stile e in formato widescreen, affascinato dalla proiezione del western in
Cinerama La conquista del West. Fu uno degli addetti alla promozione di Stranamore, Roger Caras, a suggerirgli di contattare Arthur C. Clarke, a sua detta il miglior scrittore di fantascienza vivente. In realtà, in circolazione c’erano autori ben più quotati, come
Isaac Asimov o Ray Bradbury, ma, superate le prime diffidenze (Kubrick pensava che Clarke fosse un pazzoide che viveva come un eremita in qualche parte dell’India), il regista e lo scrittore finalmente entrarono in contatto. La sceneggiatura, che per uno dei tipici vezzi di Kubrick fu chiamata How the Solar System Was Won (un rimando al titolo originale de La conquista del West), prese spunto da alcuni racconti di Clarke, in particolare The Sentinel, Encounter in the Dawn e Guardian Angel, scritti tra il 1948 e il 1950, e a poco a poco perse per strada gli alieni.

2001 Odissea nello spazio

Il costo previsto dalla MGM per la lavorazione lievitò da 4 a 10 milioni e mezzo di dollari. Kubrick passò il 1965 a raccogliere e ordinare materiali, a selezionare tecnici e maestranze di prim’ordine con la consueta maniacalità: valga come esempio il reclutamento di 13
disegnatori soltanto per realizzare gli sfondi in un anno, visto che un solo disegnatore ne avrebbe impiegati 13. La scelta dei protagonisti fu più semplice. Non avendo importanti personaggi se non i due astronauti a bordo della nave in viaggio verso Giove con il computer HAL 9000 e ben 88 dei 160 minuti totali del film (poi diventati 149) senza dialogo, la scelta cadde sui poco noti Keir Dullea e Gary Lockwood. Le riprese, iniziate il 29 dicembre 1965, durarono tutto il 1966 e la postproduzione richiese un altro anno e mezzo di lavoro. La storia, tradotta poi in un libro, affronta, partendo dalla preistoria sino al futuro, temi come il rapporto fra il Tempo e lo Spazio, l’evoluzione dell’uomo e il confronto
con la scienza e la tecnologia, che può essere ambigua e controllarci come un Grande Fratello, vedi il rapporto fra gli astronauti e HAL 9000 (acronimo di Heuristic Algoritm, anche se pare che Kubrick volesse giocare con il marchio IBM, ottenuto spostando HAL di una lettera).

Girato in 70 mm Super Panavision e accompagnato dalle musiche di Johann Strauss jr (Sul bel Danubio blu), Richard Strauss (Così parlò Zarathustra), György Ligeti e Aram Khachaturian, il film è ancora oggi più avanti di molti tentativi per la conquista dello spazio e ha introdotto proposte futuribili che invece sono diventate realtà: dal cibo liquido alle
videochiamate, dai tablet a un orologio che ricorda molto l’Apple Watch. La sua complessità è anche la sua forza vincente, ognuno può leggerci sfumature diverse. Non per nulla quando alla prima Rock Hudson si domandò cosa diavolo volesse dire quel film, Clarke commentò: «Se si capisce completamente 2001, abbiamo fallito».

Valerio Guslandi