“PITZA E DATTERI” E MULTICULTURALITÀ: INTERVISTA AL PROTAGONISTA MEHDI MESKAR

pizza_e_datteriMehdi Meskar, nato a Reggio Calabria nel 1995 in una famiglia di origini magrebine e cresciuto a Treviso fino ai quindici anni per poi trasferirsi a Parigi, dove ha iniziato a muovere i primi passi nel mondo del cinema grazie alla partecipazione nella pellicola diretta da François Ozon, Nella casa, rappresenta perfettamente quel multiculturalismo fatto dall’incontro di più realtà e tradizioni che costituiscono una risorsa e un punto di comunione tra mondi che siamo invece abituati più vedersi scontrare piuttosto che vivere in armonia. Lo sa bene Fariborz Kamkari, regista già acclamato per il suo drammatico I fiori di Kirkuk, nel quale raccontava la tragedia e l’orrore del genocidio del popolo curdo, che oggi torna in sala con una commedia fresca e delicata, Pitza e Datteri, nella quale descrive molto bene il clima di diffidenza e cecità che caratterizza ogni tipo di estremismo, prendendosi gioco dell’integralismo islamico e delle sue atrocità, facendo riflettere lo spettatore a suon di risate. Per farlo racconta la storia di un gruppo di fanatici integralisti, capitanati dall’italianissimo Bepi (Giuseppe Battiston), determinati a riprendersi la loro moschea veneziana, trasformata in un negozio di parrucchiere unisex dalla moglie di uno di loro, rea di vivere troppo all’occidentale e considerata un’infedele. Ad aiutarli nell’impresa viene mandato direttamente dall’Afghanistan il giovane imam Saladino (Mehdi Meskar) che, dall’iniziale ferma volontà di punire la donna e ridare la moschea ai suoi fratelli musulmani, scoprirà lentamente crescere in lui un sentimento nuovo, fatto di tolleranza e rispetto. Abbiamo intervistato il giovane interprete in questi giorni a Roma per presentare la pellicola in uscita oggi in sala grazie a Bolero Film.

pitza e datteriUna commedia come Pitza e Datteri, prendendosi gioco dell’integralismo islamico, credi possa aiutare ad avvicinare l’Islam moderato, che è una maggioranza sana, con chi spesso tende ad accumulare due realtà ben distanti, specie in un momento storico così delicato tra Oriente e Occidente?
Secondo me la commedia aiuta assolutamente ad avvicinare le due culture perché permette di vedere un lato più autoironico, perché Fariborz stesso è musulmano. Persone di un’altra religione che vedono un musulmano fare ironia sull’integralismo, per me già questo tende ad avvicinare le culture. Poi penso sia importante anche per i musulmani già integrati vedere questo film perché mostra che si può fare cinema in un modo che va al di là delle religioni e mostrare come ci si possa esprimere attraverso l’arte.

Come speri e pensi verrà accolto il film dalla comunità musulmana italiana? Ci sono già state proiezioni speciali nelle quali avete presentato il film per avere un riscontro?
Abitando a Parigi non sono stato presente a diverse proiezioni che Fariborz ha fatto con dei membri della comunità musulmana italiana ma, da quello che mi ha detto, le persone sono rimaste ben colpite dal film in maniera positiva e pensano che sia un modo di sciogliere le tensioni.

Tu sei nato e cresciuto in Italia ma da cinque anni vivi in Francia, a Parigi e dove hai fatto il tuo esordio sul grande schermo partecipando a Nella Casa, pellicola diretta da François Ozon. Hai avuto modo di avvertire un cambiamento nella percezione dei francesi verso le minoranze culturali dopo il recente attentato alla redazione di Charlie Hedbo?
Devi dire che effettivamente subito dopo gli attentati c’è stato un momento di grande tensione sia per l’attentato a Charlie Hedbo che per quello al supermercato koscher il giorno dopo. C’è stata una settimana di tensione e di paura provocata dal terrore. Poi c’è stata la manifestazione, alla quale io stesso ho partecipato, in cui c’erano tre milioni di parigini per le strade ed era una cosa fantastica e penso che abbia dato grande forza alla Francia e anche un senso di unione. Non a caso uno dei messaggio del film è proprio quello di mostrare che quando si è uniti si è più forti. Quando eravamo tutti insieme a La Place de la Republique ci sentivamo forti e capivamo che avremmo potuto cambiare le cose tutti insieme.

pitza e datteri.Il tuo personaggio, il giovane imam Saladino, subisce una trasformazione interiore nel corso della pellicola. Lo vediamo spaventato e diffidente lui stesso nei confronti del diverso, del nuovo. Diffidenza che il regista ci mostra attraverso la sua paura dell’acqua, elemento nuovo e agli antipodi rispetto alla rocciosità delle montagne afghane della quali proviene. Come hai lavorato sul personaggio? Il regista ti ha dato delle indicazioni precise o hai potuto portare degli elementi di improvvisazione ?
Con Fariborz abbiamo lavorato molto sul personaggio prima dell’inizio delle riprese del film. Lui aveva un’idea abbastanza precisa del personaggio, del suo carattere e della sua trasformazione che era già molto ben delineata nella sceneggiatura. Fariborz dall’Italia mi mandava dei messaggi e mi chiedeva di andare, ad esempio, in un ristorante afghano per fare delle domande alle persone che provenivano dalla stessa terra del mio personaggio, per capire anche la situazione del Paese dal quale veniva Saladino. La cosa insolita ma anche molto strana certe volte è che Saladino in Afghanistan vive delle situazioni che per lui sono logiche ma che in Italia non funzionano affatto. Dovevo accettare completamente la sua logica e questo è stato fatto incontrando persone che quel Paese lo conoscono bene. È stato un lavoro basato sul capire questa logica fondamentalista che c’è in lui per poi permettere quella trasformazione che magari molte persone nella vita non riescono a fare. Ci riesce forse perché è un’adolescente ed è più aperto a cambiare.

Com’è stato lavorare al fianco di Giuseppe Battiston e, al tempo stesso, con molti attori non professionisti?
Per gli attori non professionisti si trattava di piccoli ruoli. La maggior parte degli attori che facevano parte del cast, anche se magari debuttavano al cinema, comunque avevano studiato per questo mestiere. Invece per le altre persone che si ritrovavano per la prima volta sullo schermo è stata un’esperienza molto interessante. C’erano ad esempio tre rappresentanti della comunità musulmana italiana che si sono ritrovati per caso sul set e Fariborz è stato molto generoso, voleva veramente metterli a loro agio, come ha fatto con tutti del resto, però aveva proprio l’obiettivo di traghettarli nell’avventura. Eravamo tutti insieme, attori professionisti e non. Anche per me poi era il primo film da protagonista e avevo bisogno di questo calore da parte di Fariborz e di Giuseppe.

pitza e datteri-Stai lavorando ad altri progetti in Italia o in Europa?
Sì, in Francia ci sono più progetti. Tra le cose più attuali c’è una serie televisiva francese in cui ho un ruolo ricorrente. La serie, che uscirà in Francia tra settembre e ottobre, racconta la storia di più personaggi in tre epoche della loro vita, nel 1969, nel 1986 e nel 2015. Io recito la parte di un giovane adolescente di diciassette anni che vive una storia d’amore con una ragazza sordomuta che cambierà per sempre la sua vita e che ritroveremo nel 2015 interpretato da un altro attore che rappresenta il mio personaggio da adulto. C’è un altro progetto che ho saputo da poco e per il momento è ancora tutto segreto. Posso solo dire che ho un ruolo molto piacevole nel film di un regista francese molto importante in un cast internazionale con attori fantastici che stimo tantissimo e con i quali sognavo di girare. Ho già letto la sceneggiatura ed è stupenda.

Ci sono registi italiani che ammiri e con i quali vorresti lavorare?
A me piace tantissimo Matteo Garrone, poi anche Paolo Sorrentino. Già poter lavorare con loro due sarebbe fantastico.

Manuela Santacatterina

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