This Is My Desire – Recensione – TFF38

Presentato tra i film in concorso del TFF This Is My Desire, esordio nel lungometraggio dei fratelli Ari e Chuko Esiri: una risposta d’autore al fenomeno Nollywood

Il cinema nigeriano non è solo Nollywood, e al Torino Film Festival è arrivato (in concorso) This Is My Desire (titolo originale Eyimofe) a dimostrarlo. Lo hanno presentato al festival (dove il film resterà disponibile fino alle 14 del 26 novembre) i fratelli Arie e Chuko Esiri, o semplicemente “Arie e Chuko”, come si firmano nei titoli. Entrambi registi e (con Melissa Adeyemo) produttori, mentre il solo Chuko firma la sceneggiatura. Con questo esordio nel lungometraggio (passato per l’ultima Berlinale) i due, già notati a livello internazionale per i corti Goose e Besida, si candidano a rappresentare un nuovo e interessantissimo cinema d’autore nella loro terra d’origine, che è anche l’argomento principale del film.

This Is My Desire ci parla infatti, come spiega Chuko Esiri, «della Nigeria, di migrazione e del modo in cui il Paese, e in particolare Lagos, si relaziona con i suoi cittadini, e di come questo possa da un lato offrirti delle opportunità, e dall’altro tagliarti fuori». Protagonisti di questo affresco un uomo e una donna, il tecnico elettronico Mofe (Jude Akuwudike, visto anche nella serie Gangs of London) e la giovane parrucchiera Rosa (Temi Ami-williams, al suo esordio cinematografico). Due parabole che scorrono parallele incrociandosi solo occasionalmente, nei due capitoli (e un epilogo) in cui è diviso il film, intitolati col nome del Paese in cui ciascuno dei due vorrebbe trasferirsi, la Spagna per Mose e l’Italia per Rosa. Ma è difficile per due abitanti poco abbienti di Lagos lasciare quella città che in qualche modo li tiene avvinghiati a sé, fra tragedie familiari e ricatti economici.

Quasi un Gente di Dublino (citato da Chuko tra le fonti di ispirazione) nella Nigeria contemporanea, e in particolare in quella città «singolare, unica» (come l’ha definita Ari) che è Lagos, vero e proprio «terzo protagonista» del film. E viene in mente anche l’estetica neorealista, per il rigore con cui i due registi rinunciano a ogni enfatizzazione drammatica e spettacolare, privilegiando campi larghi dove i personaggi sono sempre calati (e ingabbiati) negli spazi chiusi e aperti di un contesto sociale da cui vorrebbero emanciparsi. Ma i due fratelli, laureatisi l’uno alla Columbia University e l’altro alla New York University, non intendono scimmiottare nessuna corrente occidentale, bensì esprimere lo specifico della propria cultura di provenienza: «Vivere in Occidente», ha detto al riguardo Chuko, «ci ha aiutato a capire ed apprezzare meglio il nostro luogo di origine. Abbiamo quindi potuto osservare la nostra cultura con nuovi occhi».

Un film caratterizzato da una forte tensione etica e politica, come afferma Ari: «È abbastanza difficile vivere in Nigeria e a Lagos senza parlare quotidianamente di politica», poiché quest’ultima «ci colpisce quotidianamente». Fondamentale poi, per l’impatto visivo del film, la scelta di girare tutto in pellicola 16 millimetri: «Credo proprio che la pellicola sia lo strumento migliore per fotografare la realtà qui fuori», ha detto al riguardo Ari. Un’opera prima notevole, insomma, e un altro bell’esempio di fratelli registi che si completano perfettamente a vicenda, con Ari più attento al versante tecnico e visivo e Chuko alla scrittura e alla recitazione degli attori: «Lui è destrorso e io mancino», ha sintetizzato ironicamente il fratello sceneggiatore.

Emanuele Bucci