«BRIDGET JONES? SONO IO »: LA VIDEOINTERVISTA A RENÉE ZELLWEGER

Renée Zellweger è Bridget Jones? Quanto si contaminano a vicenda l’attrice e il personaggio? Di sicuro, Bridget non potrebbe avere altro volto, seppur parecchio cambiato, di quello della Zellweger, che la interpreta in Il diario di Bridget Jones, uscito in Italia nel 2001, un mese dopo la tragedia dell’11 settembre, e poi in Che pasticcio, Bridget Jones! del 2004. Ecco nella videointervista di Filippo Brunamonti cosa ci ha risposto direttamente l’attrice in occasione della presentazione di Bridget Jones’s Baby, il terzo capitolo delle avventure di Bridget con nel cast anche Colin Firth e Patrick Dempsey.

Che cosa rappresenta per lei Bridget Jones oggi?

Penso che per me, come per molte altre persone, sia un po’ in ogni donna. È imperfetta, ma continua a cercare di contrastare le sue imperfezioni. Insomma, è una persona autentica. E penso che tutti abbiamo voglia di autenticità in una società in cui ognuno cerca di promuoversi come un brand e mette la versione migliore di sé sui social media. Bridget non è infallibile, vive dei momenti imbarazzanti che un giorno potrebbero riguardare anche noi. Però riesce sempre a cavarsela.

Possiamo considerare Bridget Jones l’alter ego di Renée Zellweger?

Penso che in molti si sentano in questo modo con Bridget e io non sono diversa: quindi sì, per molti aspetti. Sfortunatamente! (ride)

In questo capitolo Bridget è una news producer: che opinione ha lei dei media?

È un argomento che mi interessa da sempre. Credo che dalla metà degli anni ’90 le news siano cambiate: è tutto puntato a vendere un titolo o fare del sensazionalismo per attirare più interesse da parte degli spettatori. La linea tra notizia e intrattenimento diventa ambigua, perché in quanto esseri umani siamo curiosi e ci piacciono le storie salaci, ma così finiamo per perdere quelle davvero importanti… Credo che la sfida per i giornalisti oggi sia enorme perché le fonti di notizie sono dappertutto, si alimentano con i social media ed è molto difficile verificare la realtà dei fatti. Questa dinamica è pericolosa e ha un effetto a cascata sul futuro.

È per questa ragione che ha scelto l’anonimato negli ultimi anni?

No, sono solo pigra e impegnata in altre cose. Sono anche una persona molto riservata, rifletto lo stesso pur non avendo social media. Penso che il mistero sia importante per un attore: se vuoi essere davvero convincente in un ruolo, il processo va al di là della preparazione del personaggio e l’anonimato lavora in tuo favore, perché se la gente non conosce ogni singola cosa che fai e non pensa a chi sei quando ti vede al lavoro, credo che il personaggio che incarni risulti più efficace.

In Bridget Jones’s Baby abbiamo due padri. Crescere un bambino è una questione di “gender”?

No, importa solo l’amore.

Al cinema lei è camaleontica: ha un’icona del trasformismo?

Oh certo, David Bowie per esempio. Ma anche Herbie Hancock e, come attore, Daniel Day Lewis. Ha a che fare con quello che dicevamo prima riguardo l’anonimato: si conosce così poco di lui che quando appare sullo schermo non fatichiamo a partire subito in viaggio insieme al suo personaggio, e dimentichiamo le proverbiali 900 foto che ha appena postato. 

(intervista di Filippo Brunamonti)