Alberto Sordi, l’italiano compie 100 anni

Esattamente 100 anni fa (il 15 giugno) nasceva Alberto Sordi. Il ricordo a tappe di Massimo Lastrucci

Esattamente 100 anni fa (il 15 giugno) nasceva Alberto Sordi (sarebbe morto nella sua Roma il 24 febbraio 2003). Pare incredibile solo il pensarlo, apparentemente cosi lontano eppure ancora oggi (e per chissà quanto tempo ancora) così indelebilmente incastonato nel nostro immaginario, nella storia dello spettacolo, in quella del costume, in definitiva nella Storia d’Italia. Incredibile! Davvero si fa fatica a trovare parole e toni adeguati per un omaggio che suonerebbe comunque limitato, inadeguato.

Teatro, radio, musica, televisione e ovviamente cinema (doppiatore, attore, sceneggiatore, regista): tutti gli devono tanto e senza di lui, la sua mostruosa presenza scenica e creatività artistica, tutto sarebbe stato diverso, probabilmente più “povero”, sicuramente meno divertente. Evocare solo il suo nome significa specchiarsi in quello che eravamo (e che nascostamente siamo ancora), recuperare una enciclopedia di personaggi, di aneddoti, di battute memorabili ed esilaranti, da folclore nazionale che è anche nostra coscienza. È stato così “empaticamente” nostro che a lui non è toccata la sorte che lui stesso stigmatizzava parlando di Totò e Fabrizi, quella di vederne capita tutta la loro grandezza solo dopo la morte: “i critici si commuovono solo sui marmi dei sarcofagi”.

Noi qui non estrarremo sommi capi della sua biografia artistica, non stileremo classifiche di qualità. Eccentricamente, citeremo e parleremo invece di cinque personalità straordinarie che lo “hanno aiutato” a diventare una leggenda, quasi la personificazione della Storia di un italiano, parafrasando così anche il titolo di un programma televisivo in quattro edizioni (le prime due nel 1979, poi nel 1981 e nel 1986), da lui stesso ideato (con l’aiuto di Giancarlo Governi, Rodolfo Sonego e Tatiana Morigi) e che legava un’antologia dei suoi film alle vicende della Nazione…

FEDERICO FELLINI
La loro è stata soprattutto un’amicizia nata durante la guerra. E fu il giovane Fellini a volere Sordi, a dispetto del fallimento del suo debutto come protagonista in Mamma mia che impressione (1951, di Roberto Savarese), in Lo sceicco bianco (1952) e in I Vitelloni (1953). Poi non si “riacciuffarono” più, sul set. Forse perché troppo amici e soprattutto perché già allora, come ricorda l’amico Moraldo Rossi in un’intervista di Alberto Crespi “Si scriveva tutto da solo e Federico non poteva costruirgli un personaggio addosso, doveva stare a quello che diceva lui”. Rimase intatta la complicità, come si può vedere anche nel gustosissimo “provino” (un puro divertimento d’autore) che Fellini gli fece per il ruolo di Casanova.

RODOLFO SONEGO
Alle spalle di molte delle più importanti interpretazioni di A.S., c’è lui (1921-2000), veneto, ex partigiano, pittore e poi tra i grandi sceneggiatori del nostro cinema: Una vita difficile (1961, di Dino Risi) è scritta pensando ai propri inizi stentati a Roma. Già dalla prima collaborazione in Il seduttore (1954, di Franco Rossi), la vorace intelligenza mattatoriale del divo in ascesa aveva intuito che sarebbe stato il suo “sarto su misura” per tante commedie, tra cui Il moralista (1959, di Giorgio Bianchi), Il vedovo (1959, di D. Risi), Il vigile (1960, di Luigi Zampa), Lo scopone scientifico (1972, di Luigi Comencini). Tatti Sanguineti lo ha descritto in una pimpante biografia, dal titolo perfetto: Il cervello di Alberto Sordi (Adelphi).

PIERO PICCIONI
Ottimo pianista e compositore di colonne sonore (1921-2004), con A. S. formò un sodalizio artistico “perfetto”, praticamente a partire da I magliari (1959, di Francesco Rosi). E alcune delle sue canzoni restano indelebilmente cucite addosso all’Albertone più popolare, da Fumo di Londra (1966, di Sordi con “You Never Told Me”) a Un italiano in America (1967, di Sordi, con la memorabile “Amore, amore, amore, amore”), da Il medico della mutua (1968, di Luigi Zampa, con “Samba fortuna”) a Il presidente del Borgorosso Football Club (1970, di Luigi Filippo D’Amico con la marcetta “siamo tutti Borgorosso, rosso. rosso, rosso, rosso….rosso rosso football club”), a Polvere di stelle (1973, di Sordi, con “Ma ndo vai se la banana”).

FRANCA VALERI
L’asse Roma Milano come meglio non si potrebbe. La guasconaggine piccolo-borghese o popolana di Sordi con l’allure medio-borghese snob della coetanea Franca (compirà i 100 il 31 luglio!!!). Insieme han fatto faville e se Alberto faceva sghignazzare con i peggio vizi alla berlina (Piccola posta, 1950 di Steno; Il segno di Venere, 1950, di Dino Risi; Un eroe dei nostri tempi, 1955, di Monicelli; Il moralista, 1959, di Bianchi), Franca era pura goduria per intenditori, con malinconie e dettagli da attrice unica (nessuna come lei ha interpretato il “vorrei ma non posso” di tante aspiranti miss dal cuore tenero). Il loro capolavoro è Il vedovo (1959, di Risi), commedia noir in cui lei ricca “sciura” apostrofa e tormenta il marito con un micidiale e cinefilo “Cretinetti!”.

MONICA VITTI
Sullo schermo, negli anni della maturità, sono stati una coppia ideale. Lei si reinventa comica, dopo la metafisica intellettualità di Antonioni. E con Sordi gioca in casa, partner alla pari in film diretti da lui: Amore mio aiutami (1969), Polvere di Stelle (1973), Io so che tu sai che io so (1980). Però noi la adoriamo in Il disco volante (1964) di Tinto Brass, con Sordi mattatore in quattro ruoli e lei, per la prima volta in una parte decisamente brillante, che si esibisce in una paesana veneta (del resto Brass è veneziano di adozione e lo sceneggiatore Sonego è di Belluno) che nel momento “supremo”, prima di un amplesso adulterino con Alberto che gli sta declamando una poesia d’amore lo interrompe: “Dime porca che me piase di più”.

Di Massimo Lastrucci