Alice e il sindaco, l’idealismo perduto della politica

Al cinema la nuova commedia drammatica diretta da Nicolas Pariser con Fabrice Luchini

Giovane laureata in filosofia con qualche esperienza all’estero e d’insegnamento, Alice Heimann viene contattata e assunta dal Comune di Lione con un incarico particolare: “Dovrai trovare idee per il sindaco”. Già perché Paul Théraneau, un tempo brillante punta di diamante del Partito Socialista, dopo trent’anni di totale dedizione alla causa politica confessa la sua impasse: “Non riesco più a pensare per niente”. La ragazza accetta e in qualche modo, anche a costo di una personale crisi, smuove il pessimismo abulico del sindaco con i suoi punti di vista innovativi e la sua schiettezza. Potrebbe essere lei a dargli la spinta necessaria per prendere finalmente le redini del Partito e puntare alla Presidenza e al governo dell’intera Francia.

Finalmente un film che mette l’accento sull’idealismo che sta (dovrebbe stare) alla base di ogni carriera politica. E sulla profonda crisi, sulla “alienazione da responsabilità”, sull’“impotenza infinita” che rischia di travolgere chi ha scelto il mestiere dell’amministratore pubblico, del governare una società. Non ci sono scene madri, quella fondamentale al contrario impatta proprio per l’assenza di emotività o virulenza (ed è un gioiello di finezza registica) in questa commedia drammatica di Nicolas Pariser (premiato a Cannes con il Label Europa Cinemas), parigino con qualche corto alle spalle più un cervellotico thriller dell’anima come Le gran jeu.

L’autore di Alice e il sindaco coglie nel suo garbato girovagare intorno ai personaggi, come un Rohmer minore (ricordate “L’albero, il sindaco e la mediateca” tra l’altro proprio con Fabrice Luchini?) una necessità di pulizia etica che è in molti, una riconsiderazione del senso della politica oggi decisamente smarrito, evidentemente in Francia come in Italia e ovunque in Occidente (“la politica è come la musica e la pittura: è tutta la vita, sempre o niente”, dice Théraneau). In una trama in cui le parole abbondano e le azioni latitano, e i sentimenti vanno a volte intuiti “dietro” ai movimenti e ai dialoghi dei protagonisti, a dare particolare vigore e “divertimento” allo spettacolo, è soprattutto la sapienza degli attori.

E se Anais Demoustier (Alice, per cui ha ottenuto una candidatura ai Premi Cesar, dove era già stata “nominata” altre tre volte, tra cui La casa sul mare nel 2017) appare duttile e credibile nel mostrare la buona volontà e l’arguzia del personaggio nei suoi disorientamenti esistenziali, seguire Fabrice Luchini è pura goduria per lo spettatore appassionato. Senza forzature da guitto, senza strepiti, in Alice e il sindaco è capace di mostrare con solo lievi cambi d’espressione i patemi e i rovelli di un anima in panne esistenziale e radicale: si osservi il suo sguardo perso mentre intona La Marsigliese in una cerimonia pubblica. Sublime maestria da grandissimo attore!