“Alien: Covenant”: la recensione

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(Usa, 2017) Regia Ridley Scott Interpreti Michael Fassbender, Katherine Waterston, James Franco, Noomi Rapace, Guy Pearce, Carmen Ejogo, Billy Crudup, Danny McBride, Demian Bichir Distribuzione 20th Century Fox Durata 2h e 1’

Al cinema dall’11 maggio 2017

IL FATTO – Un’interferenza radio spinge l’equipaggio della astronave di coloni Covenant a dirigersi verso un pianeta misterioso. Con l’aiuto dell’androide di ultima generazione Walter e sotto la guida del capitano in seconda Chris Oram, il gruppo di esplorazione atterra su un pianeta apparentemente colonizzabile e si dirige verso l’origine del segnale. Lì scopre i resti della Prometeus (vedi il prequel) con un unico superstite, un altro androide chiamato David, totalmente identico a Walter. Ma la sensazione di pericolo è palpabile. Perchè tutti quegli enormi corpi pietrificati? Perché non ci sono suoni (“Lo senti?” “Cosa?” “Niente, nessun uccello, nessun animale. Niente!”)? Improvvisamente due degli astronauti, infettati da spore, si ammalano e poi espellono dal corpo ripugnanti e aggressive creature. Loro non sanno cosa sono, ma noi sì e sappiamo cosa succederà a breve.

L’OPINIONE – Sequel dell’ambiziosissimo Prometeus e praticamente secondo prequel della serie di Alien, il film di Ridley Scott si propone come una corposa (per qualcuno corpulenta) avventura fanta-horror (due ore di durata) che molto promette, qualcosa concede e qualcos’altro non mantiene. Il tono generale abbandona da un lato le suggestioni teologiche e ridondanti del primo (anche se inserisce il motivo della possibile estinzione dell’umanità e di una sorta di aspirazione alla divinità e qui mi fermo per evitare troppe spiegazioni), per stare più “sul pezzo” dell’action, sulle disavventure della tecnologia e sulle minacce della biologia che si evolve, senza rinunciare a quelle caratteristiche di terrorizzante lotta per la vita con la diversità più totale. Di certo gli Aliens appaiono comunque un po’ meno terrificanti nella loro alterità, per diventare quasi semplici e astute creature totalmente guerriere, mentre lo spazio della trama è spesso occupato dal confronto tra i due androidi, Walter e David (dalla scultura di Donatello) che hanno lo stesso volto e la stessa inevitabile monoespressività di Michael Fassbender.

A Ridley Scott riesce sempre molto bene l’architettura degli ambienti e la ricerca di atmosfere cupe e pompose, affidando agli attori – sempre peraltro ben scelti nelle rispettive accentuazioni dei caratteri– il compito di rendere al massimo la loro funzione di supporto, ora vittime ora combattenti che non dimenticano di provare sentimenti e soprattutto umanissima paura. All’inizio si rivede Guy Pearce in una scena tipo fine di 2001 Odissea nella spazio, Noomi Rapace compare solo nelle foto e in “cadavere”; in un cameo infine ecco spuntare James Franco in arrampicata tra le rocce in un video (in effetti il suo personaggio, il comandante della spedizione, muore carbonizzato nella capsula in cui dorme prima di poter fare alcunché). Insomma il mestiere della ridondanza si spreca assieme con quel gusto un po’ pesante e kitsch che è una delle caratteristiche specifiche di Ridley Scott, promettentisismo autore agli inizi di carriera (I duellanti, Alien, Blade Runner) ma poi sperimentato imbonitore di spettacoli per tutti i palati, anche quelli meno fini.