Alita: Angelo della battaglia, una storia sovraccaricata ma fuori tempo massimo

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Alita: Battle Angel USA, Canada, Argentina 2019 Regia Robert Rodriguez Interpreti Rosa Salazar, Christoph Waltz, Mahershala Ali Distribuzione 20th Century Fox Durata 2h e 22

In sala dal 14 febbraio

LA STORIA – Trecento anni dopo la caduta, ovvero dopo la fine della disastrosa guerra con l’Unione delle repubbliche di Marte, la Terra è un’immensa pattumiera dove una umanità sottoproletaria si arrabatta per campare, al servizio dei privilegiati abitanti dell’ultima metropoli campata in aria rimasta che incombe su di loro, agganciata da gigantesche catene. Il dottor Daisuke Ido trova una testa di cyborg ancora viva tra i rifiuti in cui è solito rovistare per recuperare pezzi di ricambio della passata tecnologia. La innesta in un corpo di adolescente ed ecco che, battezzata Alita, la creatura si rivela per quella combattente iperdotata che era. Una minaccia per lo spietato dittatore Nova, ma anche una promessa di libertà.

L’OPINIONE – Il progetto covava nella mente di James Cameron (qui sceneggiatore e produttore) addirittura dal 2000, sull’onda del successo del manga Battle Angel Alita di Yukito Kishiro (1990, allora stupefacente). 19 anni in epoca di ipersviluppo tecnologico nel mondo sovraffollato delle fanta-avventure con effetti speciali, spesso in ambientazione post -apocalittica, sono un lasso di tempo enorme. Infatti Alita “suona” curiosamente come una storia sovraccaricata ma fuori tempo massimo, sensazione acuita, se è possibile, persino dal gusto ormai già retro del 3D. “Non resterò ferma al cospetto del male. Questa città corrompe anche le brave persone” tuona il cyborg dalla struttura adolescenziale, occhioni alla Big Eyes (quello di Tim Burton), e l’agilità (e la potenza) di uno Spider-man. E così via per due ore di combattimenti, rivisitazioni di Rollerball (uno speciale violentissimo torneo chiamato Motorball che come oppio dei popoli intossica e intorbidisce le menti della plebe sfruttata, “nessuno conta più del gioco!”), intervallati da siparietti di romanticismo addizionato da teen movie sfrenato. Il lato più interessante del kolossal è l’assoluta disinvoltura con cui la scienza e la tecnologia di quel futuro consentono ai corpi di essere sezionati, sbriciolati, affettati per poi essere ricostruiti magari con migliorie (protesi e potenzialità aggiunte). In pratica, se non si schianta il cervello tutto può essere aggiustato, le persone sono tutte dei lazzari potenziali o delle creature di Frankenstein (se son ricche, si intende) e anche il cyborg più terrificante ha il volto umano di un tra-passato più o meno lontano.

 

Gli specialisti degli FX via computer hanno avuto di che divertirsi, a partire dal personaggio principale totalmente creato al computer (e si vede, ma forse è voluto). Gli attori (nel cast divi affermati come Chris Waltz, Mahershala Ali, Jennifer Connelly e un Edward Norton che sospettiamo si vedrà molto di più nel possibile sequel, incassi permettendo) si sono adattati a recitare nei set virtuali e il regista Robert Rodriguez che pure ha spesso dimostrato di possedere floridissima cultura visiva e talento narrativo condito da humour (El mariachi, Dal tramonto all’alba, Sin City, Machete) mi sa tanto che qui si è ben disposto sul trono del mero supervisore/coordinatore di un progetto in cui la creatività è stata soprattutto appannaggio di disegnatori, scenografi e animatori.