American Horror Story 6×03: il risveglio degli spiriti (RECENSIONE)

La terza pagina di Roanoke, andata in onda nella notte di mercoledì scorso, è stata un capitolo oltremodo frenetico: dopo il cliffhanger del secondo episodio, che ci aveva lasciati col fiato sospeso alla scomparsa della piccola Flora, proprio le ricerche della ragazzina ci hanno guidato tra i segreti nascosti nel verde circostante la grande magione dei Miller. E’ bastato poco per rendersi conto che le parole amatoriali registrate dal fanatico dr. Cunningham nel secondo episodio non erano che un piccolo assaggio di quanto ci attendeva: finalmente infatti il presente di Shelby e Matt si è incrociato con il passato della colonia di Roanoke, che si preannuncia protagonista delle prossime settimane. La tanto discussa ricostruzione drammatica degli eventi dei Miller ha oscillato stavolta tra storia e leggenda, spalancando le porte ovvero le finestre – come durante la seduta spiritica che l’ha involontariamente evocata – alla cruenta sposa del capo colonia John White, Thomasin detta la Macellaia, il cui volto immusonito e insanguinato, tanto quanto la rustica ferocia con la quale l’abbiamo vista divorare un cuore di suino ancora pulsante, non poteva non ricordarci la cannibalica Ma.me Delphine LaLaurie. E questo ammicco alla stagione della congrega si suppone ormai non sia affatto casuale, bensì il risultato dell’ambizioso progetto – apparentemente autoreferenziale – del creatore Ryan Murphy di riprendere almeno nei primi cinque episodi alcuni elementi che omaggino le rispettive stagioni della serie.

E’ per questo, dunque, che oltre ai richiami alla LaLaurie si è rivisto Leslie Jordan, dopo Coven nelle parti di un medium artefice di una seduta spiritica inaugurata con alcune formule di invocazione, e probabilmente non per caso a Mason, marito di Lee, è toccato il destino di una morte sul rogo comunemente associata a qualunque donna accusata in passato di pratiche esoteriche. Eppure, a dispetto della sequela di legami tra una stagione e l’altra, anche stavolta non si è scaduti nel rischioso pericolo del deja-vu, giacché pare continui a prevalere la sensibilità autoriale nella speculazione sui personaggi, il fascino irrimediabilmente accattivante di una storia ancora non ben chiara, e l’originalità del linguaggio prescelto per tutto ciò.

E proprio rispetto all’impostazione da docu-fiction della narrazione, la grande falcata in avanti di questa settimana è consistita nella rottura della cosiddetta quarta parete che separa lo spettatore dalla messa in scena, provocando così un interessante gioco metalinguistico del tutto insolito per uno show televisivo. Ora sappiamo che oltre alla dimensione drammatica della ricostruzione degli eventi, e in aggiunta all’apparente realtà dello spettatore di fronte al quale sembrava che i veri Shelby e Matt stessero confessando la loro orrorifica esperienza, c’è l’occhio ancora ignoto del documentarista che, intervistando i protagonisti delle vicende, ha finora smorzato la tensione delle rievocazioni creando un cammino intermittente della narrazione, efficace però sotto il rispetto del genere.

Se il regista del documentario stia poi selezionando le porzioni di racconto da somministrare allo spettatore, o se d’altro canto esponga la completa verità dei fatti, ce lo dirà il tempo, o speriamo quel sesto episodio nel quale uno stravolgente colpo di scena dovrebbe farci ripensare ciò che avremo seguito sino ad allora.

E quel che finora abbiamo intravisto del cuore di questa sesta stagione, sotto la coltre di interconnessioni che delle altre sembra ne costituiscano lo scheletro, sta probabilmente tutto nella scena clou del terzo episodio, quando cioè la Macellaia ha assaporato della carne viva vendendo la sua anima ad uno spirito primordiale impersonato dalla sorprendente e stavolta azzeccatissima Lady Gaga. Il senso di Roanoke, con il tuffo indietro ai primordi della storia americana, all’epoca cioè delle prime esplorazioni del nuovo continente, sta a nostro modesto parere proprio in quel morso col quale così come la Macellaia anche lo spettatore è stato scortato da Ryan Murphy nei meandri dell’universo naturale incontaminato, tra forze primigenie e ancestrali che hanno dominato i boschi e il mondo, e alle quali non va giù che degli invasori usurpino il proprio legittimo territorio dove solo loro possono semmai optare per accogliere chi reputino meritevole.

Ryan Murphy sembra cioè aver ricuperato dalle stagioni precedenti il tema di certe numinose potenze del male come il figlio del demonio dallo sguardo innocente che chiudeva Murder House, o il mistico Papa Legba di Coven, per ritagliarsi ora lo spazio necessario ad indagarne con più ampio respiro il profilo, rintracciandone le origini.