American Horror Story 6×05: il fascino letale dell’arte (RECENSIONE)

Dopo settimane di insofferenza, l’entrata in scena di Evan Peters non poteva che avvenire in grande stile: non soltanto l’attore è stato annunciato – come si fa per i grandi – da Ryan Murphy in persona poche ore prima della messa in onda dell’episodio, ma è anche arrivato su una ricca carrozza trainata da cavalli coi pennacchi e rivestita al suo interno di costoso velluto, mentre affacciava lo sguardo fiero sui terreni acquistati, indossando una marsina da grande occasione e cullando fra le braccia una delle amate opere d’arte. Sì, perché Edward Philippe Mott è stato il pretesto degli autori per dipingere in modo del tutto inusitato un uomo ossessionato per incompatibilità coi tempi dall’idea patologica che chiunque intorno a sé potesse giudicarlo nell’intimo, e per questo incline a trovare consolazione tanto in un privato romitaggio quanto soprattutto nell’arte.

Il motivo del potere consolatorio delle arti, dalla letteratura alla pittura, è sì assai noto, eppure mai del tutto scontato: l’arte è una delle immortali e più precipue risposte umane a qualsiasi genere di immanente sofferenza, massimamente a quelle di portata esistenziale. Lo sapeva bene un visionario come Rimbaud, quando per rompere le invincibili convenzioni sociali che non voleva lo inquadrassero scappò con Paul Verlaine per trovare pace nell’intimo connubio del loro ingegno. La propria, come quella dell’altrettanto fragile Mott e del suo addomesticato Guinness, fu una fuga letale.

Abrasi dalla Macellaia tutti i soggetti della sua variegata pinacoteca, il signor Mott vede distrutto dai superstiti della colonia di Roanoke ogni sforzo di sublimare le proprie fragilità attraverso le meraviglie dell’arte, arrendendosi di conseguenza davanti al pericolo proveniente dalla foresta. Dopo i primi dieci minuti, insomma, Evan Peters era già scomparso, divorato dalle fiamme tra le quali eppure avrebbe in seguito fatto nuovamente capolino; quelle stesse fiamme che fluttuavano fioche nel buio pesto dei sotterranei, e tra le quali l’occhio dello spettatore ha scoperto a tratti le sembianze spettrali dietro il suo volto imbellettato.

La vicenda di Mott, ad ogni modo, parrebbe conchiusa proprio nel quinto episodio, dove sottoforma di fantasma ricompare appunto per offrire il suo aiuto sincero ai Miller consentendogli di salvarsi, e per redimersi così dal suo passato di misantropo.

Pur nel susseguirsi frenetico dei colpi di scena e nella crescente progressione di suspense, bisogna ammettere che lo scioglimento della tensione generata dalla minaccia della Macellaia è stata però prevedibile conseguenza di quanto già si poteva intuire nelle settimane scorse, vale a dire l’imminente ribellione di Ambrose (o della piccola vergine) alla crudeltà inumana della Macellaia, corrotta per parte sua dalle lusinghe delle forze del male. Rimane da chiedersi se le fiamme voraci sulle quali Ambrose di proposito e controvoglia invece la madre si sono gettati, abbiano davvero purgato le terre da quelle forze. Di sicuro, Shelby dovrà convivere ancora a lungo con i suoi traumi.

Sia come sia, la settimana prossima la narrazione dovrebbe trovare nuovo slancio dopo che le telecamere si sono spente sulla ricostruzione documentaria e aspettano di riaccendersi invece per una sorta di reality show in cui la prospettiva dello spettatore sarà costituita dalle turbolenze della macchina da presa in soggettiva. L’antefatto – per così dire – andato in onda finora ci ha decisamente convinto, a parte le piccole scivolate messe or ora in luce. Ci aspettiamo che, entrando d’ora in avanti nel vivo, le cose continuino a coinvolgerci allo stesso modo.