“Barriere”: la recensione del film con Viola Davis da Oscar

Fences Usa, 2016 Regia Denzel Washington Interpreti Denzel Washington, Viola Davis, Mykelti Williamson, Russell Hornsby, Saniyya Sidney Distribuzione Universal Durata 2h e 19’ 

Al cinema dal 23 febbraio 2017

IL FATTO – Pittsburgh, anni ’50. Troy Maxson è nero, per questo ha dovuto rinunciare ai suoi sogni di gloria nel baseball (“Josh Gibson e Babe Ruth, solo questi due han giocato meglio di te”) e mantenere decorosamente la famiglia come netturbino. Livore e amarezze non gli mancano (“perché i bianchi conducono e i negri caricano i rifiuti?”), così come i ricordi di un padre crudele e spesso sono la moglie e i figli a farne le spese. In più ha anche un fratello scemo di guerra (ha una placca di metallo in testa) che gli procura sensi di colpa. Questa è la storia dei suoi errori e del suo modo aspro di essere marito e padre, con inevitabile dramma annesso.

L’OPINIONE – Per la sua terza avventura dietro la cinepresa (Antwone Fisher, Il potere della parola, senza contare un episodio tv di Grey’s Anatomy), Denzel Washington sceglie l’adattamento di un testo teatrale di August Wilson (qui anche sceneggiatore), a volte il più classico “rifugio dei peccatori”, cioè di chi vuole ridare smalto a una professione lucrosa ma spesso poco esaltante. Barriere (il titolo deriva dai “vaneggiamenti” dell’uomo, bellicosamente intenzionato a edificare una cinta per tenere lontano la morte da sé e dai suoi cari), almeno per noi pubblico aldiqua dell’Oceano, è soprattutto un gran bel copione per attori di talento (noi lo abbiamo visto in originale e abbiamo il sospetto che qualcosa si perda nel doppiaggio), ricco di scontri isterici, salti di umore, in un clima da dignità da perdenti che tutto avvolge.

La star hollywoodiana si è qui appositamente imbolsita, parla e straparla, ora infervorato ora aggressivo, accentuando progressivamente i cedimenti del fisico, in una prova molto intensa. Peraltro, ancor più efficace secondo noi – ma è anche la profondità del ruolo – è Viola Davis (che i telefan ammirano come la protagonista, disperatamente cinica e spietata, di Le regole del delitto perfetto), emozionante nella sua dignità di donna che molto ha sacrificato ma che poco arretra quando è il caso. Il resto del cast si mostra sempre all’altezza, a differenza di una regia nitida e assolutamente partecipe (complimenti anche alla fotografia della danese Charlotte Bruus Christensen), ma che indulge a eccessi di retorica e simbolismo (del resto la metafora del baseball da usare come esempio della vita ricorre in abbondanza) che sottolineano pesantemente (specie nel finale) senza aggiungere nulla di necessario.

La marea di premi tra i festival in patria (in tutto 41 più 98 nominations), più il Premio Oscar e il Golden Globes a Viola Davis, attesta se non altro lo stato dei gusti là al centro dell’Impero (cinematografico). Noi potremmo trovarlo invece a sprazzi melenso e poco coinvolgente (i problemi degli afroamericani, gli anni ’50, il baseball), ma sono dettagli veniali, Barriere possiede serietà di intenti e sostanza letteraria.

Massimo Lastrucci