“Moonlight”: intervista a Barry Jenkins, il regista del film che ha vinto a sorpresa l’Oscar

La strenua lotta di un ragazzo alla ricerca di sé, vista attraverso tre tappe fondamentali della sua vita: questo è Moonlight, film che molti autorevoli critici già davano come possibile candidato agli Oscar e forse unico vero rivale del favorito La La Land.

Intimo nell’essenza – ruota tutto intorno al personaggio principale – il film è epico per ambizioni, sentimenti e profondità e vanta un trio di attori di talento (Alex Hibbert, Ashton Sanders e Trevante Rhodes) che interpretano lo stesso personaggio nelle tre diverse fasi della vita (ma non si sono mai incontrati durante le riprese). Benché collocato in un preciso contesto economico sociale, il percorso di questo ragazzo-uomo porta su di sé significati universali, grazie alla sensibilità del regista e al modo poetico in cui la crescita del ragazzo, i suoi amori e la sua prima esperienza sessuale vengono messi in scena, con tutto il dolore e la bellezza possibili.

Intimamente segnato dallo sguardo unico di Barry Jenkins, regista e sceneggiatore del film, Moonlight racconta una ricerca spiazzante della mascolinità. Mostra quegli istanti precisi delle nostre vite che definiranno per sempre chi siamo e il nostro approccio al mondo che ci circonda. Questo dramma – a più livelli – unisce temi razziali, temi di sessualità, di famiglia e amore, ed evidenzia come tutti questi fattori formino per sempre il nostro io. Jenkins, che ha debuttato al cinema otto anni fa con la storia d’amore (molto amata dalla critica) Medicine for Melancholy (Medicina per la malinconia, inedito in Italia), ha mantenuto le aspettative con un’altra opera profondamente sentita. Moonlight fa di Jenkins uno dei più grandi filmmaker americani, per come riesce a catturare l’essenza di nostalgia e desiderio.

Qual è l’origine del film?

Moonlight è stato concepito come saggio per l’accademia d’arte drammatica da parte del commediografo di Miami Tarell Alvin McCraney, che ha vinto la “borsa di studi per geni” MacArthur ed è membro del teatro Steppenwolf di Chicago. Ha presentato per la prima volta il suo lavoro, ancora in versione breve – In Moonlight Black Boys Look Blue (Nella notte i ragazzi neri sembrano blu) – al Borscht Film Festival di Miami, festival dedicato agli artisti locali.

Un film “personale”?

Tarell ha fatto un grande lavoro di scrittura, cogliendo cosa si provava a essere un povero ragazzino nero nelle case popolari di Miami. Nel suo lavoro ho visto l’opportunità di prendere un po’ dei ricordi d’infanzia dalla mia testa e riversarli sullo schermo, filtrati attraverso la voce di Tarell. Le radici della sua esperienza erano anche le radici della mia vita, sembrava proprio il “matrimonio perfetto”. Per puro caso sono cresciuto proprio nel medesimo duro quartiere di case popolari in cui è cresciuto Tarell, lo stesso dove si svolge il film: Liberty City.

Ha cominciato la sua carriera con i cortometraggi…

Il mio corto Chlorophyl, nel 2003, era un ricordo lungo 17 minuti della mia natìa Miami, che metteva in evidenza i cambiamenti della città attraverso il rinnovamento dell’architettura urbana. Quel corto aveva dentro di sé alcuni dei temi che sarebbero tornati nel mio primo lungometraggio, Medicine for Melancholy, temi come il trasferimento in un altro luogo, la gentrificazione (il rinnovamento delle aree urbane e di ricostruzione-riqualificazione di aree in via di decadenza, Ndt) e il desiderio di amore, di appartenenza e di rapporto con gli altri.

Lei e Tarell avete molto in comune?

Da bambini non ci conoscevamo, però abbiamo avuto un percorso di crescita molto simile. Abbiamo frequentato le stesse scuole elementari e medie, poi entrambi abbiamo seguito la via per diventare artisti, occupandoci di temi vicini alle nostre esperienze personali e d’identità sessuale. Entrambi siamo cresciuti in case dove le madri lottavano con la tossicodipendenza. Mia madre è sopravvissuta alla sua battaglia contro l’HIV, restando sieropositiva per 24 anni, mentre di recente la madre di McCraney si è ammalata di AIDS ed è deceduta.

Come definirebbe il suo film?

Fondamentalmente è una storia di uomini e parla di come la mascolinità si esprime in una specifica comunità come Liberty City, l’area delle case popolari di Miami, dove peraltro è stata girata la maggior parte del film. In quest’opera metto a fuoco il genere maschile nero ma, a un livello più profondo, metto a fuoco come il ghetto abbia impoverito la virilità nera. In un ambiente come questo la vita criminale si sovrappone quotidianamente alla routine domestica. Spesso appaiono false figure paterne che fanno leva sulle proprie dubbie qualità di essere al contempo mentori e spacciatori per i ragazzi perduti del quartiere.

Come Juan, il padre adottivo del film, che è uno spacciatore…

Juan, lo spacciatore della zona, prende il giovane Chiron sotto la sua ala, ma, allo stesso tempo, fornisce il crack alla mamma tossicodipendente del ragazzo. Quel ruolo richiedeva qualcuno dall’aspetto feroce, ma capace di gentilezza e affetto, perché Juan presenta tanti aspetti e sfaccettature diverse. Ci serviva qualcuno che potesse essere minaccioso un momento ed estremamente premuroso e attento il momento successivo. Con Mahershala Ali, attore di cinema e teatro, nato a Oakland, abbiamo trovato la persona giusta (Ali ha vinto l’Oscar come miglior attore non protagonista, ndr). Fino a oggi il suo ruolo più famoso era quello del lobbista ed ex addetto stampa Remy Danton nella serie Netflix House of Cards. Ali, nei panni di Juan, impartisce a Chiron alcuni insegnamenti che lo aiuteranno a sopravvivere, negli anni, in questo ambiente crudele e spietato. In molti aspetti il Chiron adulto (nel terzo e ultimo capitolo) incarna un’altra versione di Juan. Nel primo capitolo, Juan è la figura paterna per il piccolo, un aspetto importante perché da spettatori ci piace pensare che quel bambino abbia qualcuno a guidarlo nel mondo. Ma c’è anche l’aspetto oscuro, quello del Juan più pericoloso, che non è esattamente ciò che assoceremmo alle figure paterne.

Com’è andato il casting per il “secondo capitolo”?

Abbiamo visto centinaia di attori per il ruolo del libero e promiscuo Kevin (il primo e unico maschio con cui Chiron faccia sesso). Per quel personaggio abbiamo cercato anche tra i rapper, tra i musicisti e molti altri attori non professionisti. Ormai all’inizio delle riprese e prossimi alla disperazione, abbiamo cominciato a cercare su Internet e proprio sul Web abbiamo trovato il giovane Jharrel Jerome, attore emergente al corso teatrale del liceo LaGuardia Highschool, scuola delle Arti e dello Spettacolo di New York. È stato un vero sollievo trovare qualcuno che ci piacesse davvero anziché dover trovare un ripiego.

Cosa mi dice dell’ultimo capitolo?

Mostrare un lato diverso di virilità – nell’esplosivo terzo capitolo – è stato possibile grazie a un attore superlativo come André Holland, la cui performance come Kevin da grande porta un senso di affetto e conforto che aiuta, infine, Chiron a uscire dal suo guscio. Inizialmente avevamo pensato a Holland per il ruolo di Juan, ma al tempo del casting ci ha mandato una registrazione talmente struggente nei panni di Kevin che ci ha commosso. Holland è a proprio agio e credibile nel ruolo di Kevin, attraverso l’apertura mentale e la generosità indica una via d’uscita possibile a Chiron (che si chiama “Black” – Nero – nel terzo capitolo). Black trova un’ancora di salvezza, grazie all’unico uomo con cui abbia avuto un rapporto intimo. Grazie al grande cuore e alla passione di Kevin, Chiron trova una propria forma di libertà.

Il film presenta anche due “figure materne”, una biologica e una adottiva.

Naomie Harris dà una performance strepitosa nei panni della madre naturale e appassionata di Chiron. È però una ragazza madre dipendente dal crack, che cerca di crescere il figlio in mezzo a infinite battaglie personali, che la porteranno poi in un istituto per la disintossicazione. Al contrario Janelle Monáe, al suo magnifico debutto d’attrice (Il diritto di contare è stato girato dopo), premurosa e gentile, interpreta la madre adottiva di Chiron. Lei e il suo partner Juan diventano i “veri” genitori di Chiron, dandogli una casa e nutrendolo, incoraggiandolo a frequentare la scuola, aiutandolo a diventare un vero uomo.

Emanuel Levy