Il traditore, Marco Bellocchio: «Ecco perché ho scelto di raccontare Buscetta»

Marco Bellocchio

Unico italiano in competizione al Festival di Cannes 2019, Marco Bellocchio torna a raccontare la recente storia italiana con Il traditore, mettendo a fuoco la controversa figura del collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta grazie alle cui rivelazioni Cosa Nostra subì un durissimo colpo. Alla proiezione ufficiale, il pubblico gli ha tributato una standing ovation di 13 minuti.

Bellocchio, cosa la interessava di Tommaso Buscetta?

Per la prima volta nel mio cinema non mi identifico con il protagonista del film, ma sono affascinato dal percorso di Buscetta, prima fuggitivo e poi traditore. Lui è un tradizionalista, crede nella famiglia, in Dio e in certi valori che non esistono più. Appena riesce a trovare un po’ di stabilità però questa va di nuovo in frantumi. Per sopravvivere decide di parlare sapendo che questo significa tagliare rapporti con tutto il suo mondo. Lui a Falcone ha detto solo alcune cose, ma Falcone ha accettato una parzialità perché comunque preziosa.

Cosa vedeva Falcone in lui oltre a un collaboratore di giustizia?

Pur essendo un soldato semplice, come si definiva, Buscetta, aveva incontrato tutti i capi e questo ha permesso a Falcone di mettere a segno oltre 400 arresti. Nonostante ci fosse una scrivania a separarli, era nato un legame tra loro, sottolineato nel film da una stretta di mano, ma i due non sono mai stati amici.

La parola teatro pronunciata da uno dei mafiosi offre la chiave di lettura di tutto il film.

Il teatro diventa una dimensione esistenziale, una forma di difesa nel maxiprocesso che ho voluto presentare come una grande messa in scena in cui ciascuno dei personaggi cerca di allungare i tempi e confondere le acque. Molti speravano infatti che il maxiprocesso finisse nel nulla. La dimensione intima mi interessava di meno. Anche Buscetta fa del teatro in aula, il teatro della verità, quando si confronta con Calò. Mentre decisamente poco teatrale nella sua ferocia è Riina, che si difende con il silenzio. La dimensione teatrale è sottolineata due volte anche da musica operistica: il Machbeth commenta la morte di Falcone e Va pensiero la sentenza, per allargare il palcoscenico dalla Sicilia all’Italia intera.

Anche in Buongiorno notte i personaggi sono reali, ma raccontati in una chiave intimistica.

Si, da teatro da camera. Il grande teatro esterno, la politica, Montecitorio, mentre nel covo dove era tenuto prigioniero Moro le distanze sono così ravvicinate da impedire una teatralizzazione da palcoscenico. Forse c’è addirittura più cinema che teatro, perché il cinema può avvicinarsi ai personaggi anche con primi piani.

Alla fine vediamo Buscetta in difficoltà durante il processo ad Andreotti e il suo contributo sembra ridimensionarsi.

Per me era un modo per restituire qualche ombra al personaggio, per distinguerlo dalla categoria degli eroi. È una verità storica il fatto che per mantenere una promessa fatta a Falcone Buscetta abbia confermato una serie di rivelazioni fatte dai fratelli Salvo. Ma la posta è troppo alta e lui vacilla e la sua efficacia di testimone viene molto ridimensionata.

Cosa l’ha aiutata maggiormente durante le ricerche?

Stare a Palermo per assorbire il più possibile informazioni e per farmi risuonare la meravigliosa lingua siciliana.

L’interpretazione di Favino è straordinaria.

Non avevo in mente un attore in particolare, ma sapevo che in questo film non potevo sbagliare il protagonista. Favino è stato molto generoso, ha accettato di fare due provini e a quel punto ci siamo lanciati. Quando si “registra” il personaggio, attori del suo calibro poi vanno per conto loro. Quando Favino ha acchiappato il personaggio se lo è tenuto fino alla fine.