The Harder They Fall, recensione del film d’apertura del London Film Festival

the harder they fall

La cosa più importante di The Harder They Fall è tutta nel cartello che apre il film. “Tutto quello che vedete è finzione. Ma i protagonisti erano tutti reali”. Una vera e propria dichiarazione d’intenti che spiega l’essenza di questo western All Black, ovvero rimettere al giusto posto nella storia una comunità che il genere per eccellenza del cinema americano ha quasi sempre cancellato, salvo rare eccezioni già nell’epoca classica, per mano di maestri come John Ford e pochi altri.

La memoria va subito a Woody Stroode, saggio braccio destro di John Wayne ne L’uomo che uccise Liberty Valance, e non a caso, dato che l’attore venne poi reclutato da Sergio Leone come membro della banda dello spietato Henry Fonda di C’era una volta il West.

Come il maestro italiano, d’altronde, il londinese Jeymes Samuel è nato lontano un oceano dalla frontiera, ma di quelle storie è un appassionato, come aveva già dimostrato nel suo film d’esordio They Die by Dawn, un western figlio della Blaxploitation e di non poche altre influenze.

Ispirazioni e omaggi che Samuel riversa copiosamente in The Harder They Fall, dove si mischiano Tarantino (significativa la presenza tra i produttori di Lawrence Bender, storico partner di Quentin), Leone ovviamente, ma anche Park Chan-wook e l’action ultracinetico degli anni 2000.

The Harder They Fall è una storia classica

Un feroce bandito uccide i genitori di un bambino che cresce con un unico desiderio: vendicarsi dell’uomo che ha spezzato la sua vita. Lo troverà molti anni dopo, per un regolamento di conti inevitabile.

Samuel bada di più alla forma che alla sostanza, a cui mette mano come può un esperto sceneggiatore come Boaz Yakin, bravo costruttore di storie che vengono in questo caso affogate nel sangue fino al duello finale in stile Ok Corral.

Molta violenza, che come avviene nei tarantiniani Django Unchained e The Hateful Eight ha un compiacimento ironico e fumettistico, elementi a cui manca però una struttura narrativa solida per essere adeguatamente giustificati. Nello stesso filone, aveva fatto meglio Mario Van Peebles, figlio del compianto Melvin da poco scomparso, con il suo Posse, in cui gli elementi politici e sociali erano decisamente più prominenti.

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Un’occasione mancata, ma l’intrattenimento è assicurato, grazie soprattutto al cast, capitanato da Jonathan Majors, entrato da poco anche nell’universo Marvel grazie alla serie Loki.

Su tutti, oltre alle sicurezze Idris Elba e Regina King, da segnalare LaKeith Stanfield, pistolero filosofo dolente e spietato.

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Ultima nota sulla colonna sonora, naturalmente curatissima, essendo Jeymes Samuel principalmente un musicista. Tanto RnB, hip hop e alcuni echi reggae, ma come troppo spesso accade nel cinema moderno, il tappeto musicale è ridondante e sortisce spesso un effetto più respingente che avvolgente. Come dicono quelli bravi, talvolta less is more.

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