Drive My Car, la recensione del film di Hamaguchi Ryūsuke

Drive My Car

Kafuku, un attore e regista teatrale che non riesce a superare la perdita della moglie Oto, accetta di dirigere Zio Vanja per un festival di Hiroshima, dove attori multilingue parleranno ciascuno il proprio idioma. Lì conosce Misaki, una giovane donna silenziosa incaricata di fargli da autista e di guidare la sua macchina. Viaggio dopo viaggio, superate le reciproche diffidenze, Kafuku e Misaki lasceranno affiorare segreti e confidenze.

Portando sullo schermo l’omonimo breve racconto di Murakami Haruki pubblicato in Uomini senza donne, guardando molto a Cechov – i cui testi descrivono perfettamente i sentimenti dei personaggi di Drive My Car – ma anche a Kiarostami, al Wenders di Paris, Texas e all’Ozu di Viaggio a Tokyo, Hamaguchi, astro nascente del cinema giapponese, realizza un film sul potere della parola vincendo a Cannes (dove era già in concorso nel 2018) il premio per la migliore sceneggiatura dopo aver conquistato solo pochi mesi prima l’Orso d’argento a Berlino per il suo film precedente, l’antologico Il gioco del destino e della fantasia.

In una Saab 900 rossa e sulle assi di un palcoscenico, che diventano luoghi astratti di rifugio e dialogo, il regista fa incontrare solitudini e fragilità realizzando un “road movie dell’anima” classicamente elegante e composto, tra piani lunghi e primi piani, dove i pensieri che si aggirano tra labirinti di silenzio prendono forma ed espressione, diventando finalmente decifrabili.

E dove personaggi prigionieri di traumi passati trovano, attraverso il reciproco confronto, un senso alle proprie esistenze segnate dal dolore e dal senso di colpa. Se saprete guardare e ascoltare davvero questa intensa rieducazione sentimentale che si apre alla vita saranno tre ore di emozioni fortissime.

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Oltre ai film citati, grande fonte di ispirazione per il regista, vale la pena suggerire anche Green Book con Viggo Mortensen e Mahershala Alì, su un rozzo autista e un raffinato
musicista che, pur inizialmente divisi da un evidente gap sociale e culturale, finiranno per conoscersi e rispettarsi proprio grazie a un lungo viaggio in automobile. Ma da guardare ci sono anche i precedenti film del regista, Passion (2008), Happy Hour (2015), Asako I & II (2018).

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