“BIG EYES” – LA RECENSIONE IN ANTEPRIMA!

id. USA, 2014 Regia Tim Burton Interpreti Christoph Waltz, Amy Adams, Jason Schwartzman, Terence Stamp, Krysten Ritter, Danny Huston Sceneggiatura Scott Alexander, Larry Karaszewski Produzione Scott Alexander, Tim Burton, Lynette Howell, Larry Karaszewski Distribuzione Lucky Red Durata 1h e 46′ Val al sito ufficiale

In sala dal

1 gennaio 2015

Una stanza piena di ritratti. Un sogno che diventa un incubo. La normalità borghese della provincia americana e una donna troppo timida per credere alla sua arte. Per Big Eyes Tim Burton riparte da una delle sue (magnifiche) ossessioni, quella per le casette allineate della California, sobborghi capaci di uniformare e umiliare, come accadde al povero Edward e alle sue mani di forbice, ormai venticinque anni fa. Questa volta l’anomala creatura in fuga si chiama Margaret Keane, sogna di fare la pittrice, ma – divorziata e madre di una figlia – non ha ancora fatto i conti con l’America degli anni Cinquanta, sempre pronta a giudicare.

Classico, rigoroso, lineare, quasi un film della vecchia Hollywood, a prima vista Big Eyes non pare nemmeno uscito dalla scuderia Burton, duello all’ultima pennellata tra due personaggi, due magnifici attori e, soprattutto, due modi di concepire la vita: in un angolo del ring c’è Margaret, talentuosa e silenziosa artista che pensa di non meritare nulla, incarnata alla perfezione da Amy Adams; dall’altra c’è Walter, brillante cialtrone senza un minimo di talento, interpretato da un meschino e chiacchierone Christoph Waltz, decisamente sopra le righe. Scritto da Scott Alexander e Larry Karaszewski, gli sceneggiatori di un altro eroe irregolare di Burton come Ed Wood (ma anche dell’anarchico Larry Flynt di Milos Forman), Big Eyes parte come una commedia, continua come un melò, si trasforma in un giallo e finisce dentro un legal thriller, con la macchina da presa sempre addosso all’eroina Peggy Doris Hawkins diventata poi Margaret Ulbrich e quindi Keane, donna non senza colpe visto che si lascia sfilare i quadri dal marito – forse perché ci credeva poco – per poi rivendicarli. Il biopic? La vera Keane? Sì, ci sono, ma rimangono sullo sfondo, la questione artistica anche (Era arte? Trash? Le critiche del New York Times erano giuste? Poco importano), perché a Burton – come spesso accadde nel suo cinema – interessano emozioni e moti dell’anima delle sue creature, in questo caso la parabola di una donna che riesce a emanciparsi da tutto. Perfino da se stessa. Immensa Amy Adams – che prenota la sesta nomination all’Oscar in nove anni – capace di vincere alla distanza il confronto con l’istrione Waltz, giocando di sottrazione, rintuzzando l’austriaco colpo su colpo fino al trionfo finale in tribunale. Solido, affascinante e godibile, non farà un miliardo al box office come Alice in Wonderland, e forse neppure 250 milioni come Dark Shadows, ma Big Eyes ha un enorme merito: ci riporta dentro l’affascinante mondo degli irregolari, quello per cui da sempre amiamo Burton.

Andrea Morandi