Black Tide, Vincent Cassel trasandato nel bel polar di Eric Zonca: la recensione

Francia/Belgio, 2018 Regia Erick Zonca Interpreti Vincent Cassel, Romain Duris, Sandrine Kiberlain, Élodie Bouchez, Charles Berling, Christophe Tek Distribuzione Sun Film Group Spa Durata 1h e 52′ 

Al cinema dal 22 novembre 2018

LA STORIA – Al commissario François Visconti viene affidato il caso della scomparsa del 16enne Dany Arnault. Il fatto è che il poliziotto è una persona allo sbando, fisicamente e psichicamente: la moglie lo ha lasciato e lui si trova con un figlio adolescente di cui è assolutamente incapace di capirne pensieri, azioni e desideri. L’indagine si svolge in un ambientino apparentemente tranquillo e sussiegoso (una palazzina con boschetto adiacente), con un padre non sempre presente, una madre sotto choc, una ragazzina down e un vicino di casa, tanto irreprensibile quanto inquietante. Il professor Bellaile ha infatti tutte le caratteristiche di un possibile sospetto: comportamenti bizzarri al limite dello psicotico, sgradevolezza e soprattutto un egocentrico bisogno di dare una mano al corso delle indagini. Che si faranno via via sempre più “antipatiche”, stressanti, dagli sviluppi incattiviti e dolorosi.

L’OPINIONE – Erick Zonca sul finire degli anni ’90 era esploso con un film magnifico, La vita sognata degli angeli (1998), che valse alle sue protagoniste Natacha Regnier ed Elodie Bouchez (che ritroviamo qui in Black Tide), il premio a Cannes per la miglior interpretazione. Da lì la carriera del non più giovanissimo cineasta (allora toccava i 42 anni) si è come avviluppata su se stessa (quasi da “grande avvenire dietro le spalle”); dieci anni per approdare a un secondo non memorabile lungometraggio, Julia (2008), poi un bellico tv movie senza infamia e senza lode, Soldat Blanc (2014) e ora questo polar (il giallo francese) da un best seller di pronta lettura (peraltro molto ben scritto) di Dror Mishrani: Un caso di scomparsa, ed. Guanda, ambientato a Tel Aviv, ma qui ristrutturato per l’humus francese.

Facciamo questa premessa biografica, perché altrimenti sarebbe molto difficile collocare e contestualizzare un’operazione così apparentemente rétro, così vintage nei suoi personaggi (tra Simenon e la scuola hard boiled riciclata), che non ha bisogno della violenza e che più che il thriller sembra sprofondare nel vuoto delle anime, nella tristezza senza fine di un muoversi dentro spazi mentali angusti ma anche vuoti, in cui alla fine, spiegati i fatti, rimangono la desolazione e l’inesplicabile follia autodistruttiva.

Perché dietro alle barbe di Visconti (non curata, sale e pepe, da sbandato) e di Bellaile (corvina, luciferina, alla Landru) e dietro alla asincronia di gesti e parole della madre Solange Arnault, si intravede soprattutto questo, un annaspare verso l’autodistruzione. Tre ruoli dunque che permettono istrionismi al limite della gigioneria, con a-soli e isterismi da mattatore; Vincent Cassel si muove trasandato, sciupato e curvo in avanti, da personaggio più o meno alcolizzato qual è il suo, Romain Duris recita rigido con il luccichio del fanatico scrittore fallito, Sandrine Kibelrain controlla tic, catatonie e scatti quasi autistici. Non parleremo certo di ritorno autorale, ma nel suo essere rivisitazione di clichés al servizio di atmosfere e malinconia esistenziale, piuttosto significativo e interessante.