“BRIMSTONE”: FANGO E FANATISMO RELIGIOSO NEL WESTERN CON DAKOTA FANNING

“Attenti ai falsi profeti che vengono da voi vestiti da pecore ma dentro sono lupi rapaci”: così il nuovo predicatore di una piccola comunità sperduta nel cuore delle inospitali terre del nord west. Ma perché la muta Liz (Dakota Fanning), seconda moglie di un tranquillo farmer, madre di una sveglia femminuccia (più matrigna di uno più grandicello) nonché “ostetrica” deputata della zona, ne è terrorizzata? Che cosa non sappiamo?

In quattro capitoli dai titoli from Bibbia (il primo con l’esplosione sanguinosa del dramma, quindi i due antecedenti che spiegano, sino al quarto, il rendiconto finale) Brimstone, l’eurowestern concepito e diretto dal regista olandese Martin Koolhoven ribolle in due ore e mezza di plumbeo melodrammone, con un sospetto di spettacolarizzazione gratuita verso i particolari più truculenti e macabri (si sprecano gli sbudellamenti, le coltellate, i maiali uccisi, le lingue mozzate).

Chiaro che il fanatismo religioso nella sua versione più fanatica è lì per essere esibito alla pubblica riprovazione (Guy Pearce è il pastore deviato e perverso di una setta protestante di origine olandese), contrapposto alla integra e femminile fermezza di una Dakota Fanning costretta alle traversie più dolorose (da adolescente il personaggio è interpretato dalla brava Emilia Jones- Youth-La giovinezza). Il resto sono fango e lande selvagge, montagne innevate e tuguri in legno (i set sono stati recuperati tra Ungheria, Germania, Tirolo e Spagna), più qualche episodio che sembra appiccicato per allungare la minestra (i due fuorilegge, di cui uno è interpretato da Kit Harington, alias il Jon Snow di Trono di Spade, che si nascondono nella fattoria), con una attenzione al particolare e al dettaglio formale che la dice lunga sul divertimento e la passione messaci dal cineasta.