Buffa e Jordan, «l’ultimo ballo» all’Arena

Prosegue il Festival della Bellezza a Verona. Il racconto di un mito nei ricordi del giornalista-commentatore e del collega Tranquillo

Il palco al centro, come un moderno e silenzioso ring. Il pubblico tutto intorno, disposto sulle millenarie gradinate dell’anfiteatro. Il cielo e le stelle a fare da sfondo. E il ricordo di «un amico» del Festival della Bellezza, Philippe Daverio, che lunedì 14 avrebbe dovuto esser all’Arena e al quale, dopo la sua scomparsa, è stata dedicata l’intera rassegna. Il Festival della Bellezza prosegue e ieri ha scelto di ripartire proprio da lui: «Philippe Daverio non è stato un’ispirazione, è stato l’ispirazione. Che la terra gli sia lieve»: ha detto il protagonista della serata Federico Buffa, dopo un’ingresso da star con lo storico collega Flavio Tranquillo.

«Vi aspetta – anticipa – una sorta d’intervista, una conversazione. Un viaggio nella memoria, nei ricordi personali di entrambi», il tutto girato attorno a quel «danzatore acrobatico» che si chiama Michael Jordan e si muove «sul ritmo ipnotico di un palleggio», e con continui rimandi a «The Last Dance», la serie dedicata alla mitica stagione NBA 1997-1998 dei Chicago Bulls e giunta in Italia la scorsa primavera, su Netflix.

Le promesse scaldano il cuore dei presenti, rubano qualche applauso. E saranno mantenute. Quello che Buffa e Tranquillo regalano è uno spettacolo epico, che ha il sapore di un vecchio film hollywoodiano perché  – rivela lui stesso – «puoi avere i migliori sceneggiatori del mondo, ma difficilmente riusciranno a scrivere una storia del genere». Ci sono alcuni elementi che forse capitano una volta ogni cinquanta, cento anni. O mai più.

Nel racconto c’è Jordan, ovviamente, con i suoi riconoscimenti, dai 6 titoli NBA ai dieci titoli come miglior marcatore (tanto per citarne alcuni). Ci sono gli aneddoti legati alla sua vita personale: l’infanzia in una città dove, storicamente, gli inglesi frustavano i neri che giocavano a palla, i valori trasmessi dal padre («Nelle azioni più sentite giocava con la lingua fuori proprio come il padre quando riparava gli oggetti») e lo shock per la sua morte violenta, che lo portò ad avvicinarsi al baseball, lo sport preferito di Jordan senior. Ci sono i grandi rivali (perché «aveva bisogno di qualcuno da detestare») come Karl Malone, e le partite divenute storia, come quella, ufficiosa, a Montecarlo nel 1992, in cui si sfidarono fra loro i giocatori del Dream Team prima delle Olimpiadi di Barcellona. E poi le finali NBA con i Chicago Bulls del 97-98. Date, numeri, posti, canestri, emozioni: il tempo scorre veloce all’Arena. Pare una cavalcata, una coreografia che porta all’ultimo ballo, all’ultimo tiro, The Shot.

Ma c’è tempo anche per ricordare un altro Jordan, quello «che non ci teneva a essere simpatico», quello «geloso delle ciabelline alla cannella sul set di Space Jam», e poi quello che, anche senza schierarsi politicamente, un giorno disse «Non posso più stare zitto» e iniziò a sostenere alcune organizzazioni impegnate per i diritti civili. Ma cosa davvero ha determinato il suo mito? L’altezza? La tecnica? L’ossessione per la perfezione? L’estetica della vittoria? Una, tutte. Unite al cuore, all’istinto. Come avvenne per quell’ultimo canestro contro gli Utah Jazz, «a volte non c’è razionalità, non c’è senso». Ci sono situazioni e miti che non si possono spiegare, perché – conclude Tranquillo – «non c’è modo di fermare (e motivare, ndr) una certa forza. È forza superiore». «Bisogna solo imparare a guardare e a farsi portare».

Michela Offredi