Far East Film Festival 2020: cartoline da Udine – capitolo 1

Dal nostro inviato (virtuale), ecco la prima scelta dei film presentati al Far East Film Festival di Udine, quest'anno solo online.

Partito il 22mo Feff online (che per i profani si traduce con Far East Film Festival, fondamentale vetrina per il cinema dell’estremo oriente, a Udine – questa volta, causa coronavirus, su piattaforma internet – dal 26 al 4 luglio), cominciamo a segnalare le chicche da recuperare.

Il film d’apertura, ASHFALL (ovvero: pioggia di cenere), verrà distribuito (quando?) dalla Minerva. È un super-blockbuster sudcoreano diretto da Byung-seo Kim e Hae-jun Lee, che non solo nulla ha da invidiare ai cugini hollywoodiani, ma che proprio ne ricalca modelli, stili formali e anche di comportamento dei personaggi. Quando un terremoto comincia a scuotere le due Coree con epicentro al Nord, il professor Kang-bong Rae, detto “aria fritta” intuisce la catastrofe apocalittica: il vulcano Baekdu sta per esplodere innescando le sue 4 camere magmatiche. Come impedirlo? Solo con un piano folle ad alta improbabilità: rubare le bombe atomiche che la Corea del Nord sta per consegnare agli Usa e piazzarle tra le miniere che traforano le pendici del vulcano. Per far questo una squadra di tecnici (anzi: due) dovranno liberare una spia doppiogiochista nordcoreana. La elementarità (che sia ormai un vezzo di questo genere?) dei tipi è compensata dalla impeccabile competenza tecnica delle scene più action, con catastrofi da cardiopalma, e i due protagonisti, tra “antipatia” che sfocia in amicizia sino all’estremo e battute “spiritosone” (vabbè) sono sufficientemente empatici da garantire la tenuta di un film altrimenti molto simile, troppo simile, a tanti.

IMPETIGORE invece è l’horror compatto che non ti aspetti. Viene dall’Indonesia, lo firma Joko Anwar dalla solida cinefilia e anche da un gusto tutt’altro che corrivo dell’inquadratura e dell’ambientazione, qui davvero suggestiva (la scena semifinale post orgia di sangue è ad esempio scandita da una volutamente stonata versione indonesiana de l’Inno alla gioia in una giungla nebbiosa e infida). Maya lavora a un casello non molto frequentato quando un tizio armato di machete una notte cerca di ucciderla gridandole “noi non vogliamo ciò che la tua famiglia ti ha lasciato!”. Quale famiglia? Di cosa sta parlando? La risposta sta in un villaggio lontano dalla modernità della metropoli che pare bloccato da una maledizione che, come una peste, intossica tutti gli abitanti. Tra infanti uccisi, spiriti, case deserte e macabre marionette, un horror con detection che prende la gola, con i lati oscuri del folclore che si rovesciano in un bagno di sangue molto, molto gore.

Johnnie To è uno dei maestri assoluti del noir made in Hong Kong, ma la sua carriera in realtà attraversa disinvoltamente tutti i generi mainstream. Dopo una pausa di tre anni, il solitamente prolifico cineasta di Breaking News, Exiled e Vendicami, si ripresenta con CHASING DREAM, frenetico cocktail di generi (dramma sportivo, musical, rom-com, mèlo, teen comedy, action) che vuole essere, parole sue: “un film che parla di giovani che inseguono i loro sogni”. Lui è Tigre, il “pugile vorace”, amatissimo campione di Arti Marziali Miste che ha rinnegato il maestro, boxeur classico, per un più moderno, mediatico e spietato sport di combattimento. In realtà è un tipo rozzo ma gentile, sogna di aprire un ristorante, e si prende a cuore le sorti di Cucù (in originale Cuckoo), scalcagnata tipa apparentemente senz’arte né parte che vuole a tutti i costi sfondare in un talent show, Diva Perfetta.

In realtà ha un suo motivo che qui non riveleremo. Gli spiedini al fuoco della griglia sono però troppi e il film alla fin fine è come una maionese impazzita che troppo cita e tantissimo vorrebbe dire nei suoi modi frenetici e scherzosi. Peraltro, se i due protagonisti ci mettono soprattutto entusiasmo e grinta (ma lei, Keru Wang, è piuttosto brava, duttilmente capace di recitare con brio, cantare e ballare), il film, opera certamente minore nella filmografia di To, mostra comunque che l’occhio dell’autore è ancora freschissimo e attento, stupefacente architetto di montaggi frenetici di sequenze e inquadrature brillanti, come si vede nei momenti migliori.

Di Massimo Lastrucci