Catch-22, George Clooney: “Cinema o televisione? È la qualità che conta”

Catch-22

«Catch-22 lo avevo letto al liceo, perché era uno dei libri “consigliati” che in linguaggio burocratico, significa in realtà obbligatori, esattamente come Il giovane Holden. E mi aveva sorpreso, perché francamente non mi ero mai imbattuto in quello stile, che in seguito avrei ritrovato in molte altre opere che sembravano “citarlo”, come amiamo dire anche noi cinematografari quando vogliamo evitare di pronunciare il verbo “copiare”» spiega George Clooney protagonista, regista e produttore di Catch-22 in onda dal 21 maggio su Sky Atlantic e sarà disponibile anche su Sky On Demand e in streaming su Now Tv. 

 

 

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Lui non conquista nemici, ma bandiere rosse. #Catch22

Un post condiviso da Sky Atlantic Italia (@skyatlanticit) in data:

“E oggi, oltre che uno dei più importanti romanzi della letteratura americana, è il primo esempio di scrittura postmoderna del nostro Paese. L’ho ripreso in mano quando a me e al mio partner Grant Heslov è arrivata l’offerta di trasformarlo in una miniserie tv. E allora l’ho aperto con trepidazione. Sappiamo bene tutti quello che succede in questi casi: immergersi nella ricerca del tempo perduto sembra spesso un’idea migliore di quello che si rivela. E purtroppo capita sempre più di frequente in casa Clooney perché, come credo vi sia noto, mia moglie é considerevolmente più giovane di me, oltre a fare un lavoro più serio del mio, quindi ogni tanto capita qualche film che io conosco, perché c’ero quando uscì, e glielo magnifico. E dopo la visione comune devo in genere scusarmi con lei: ma possibile che me lo ricordassi come un capolavoro?».

Catch-22

George Clooney sembrava un professore quando a Pasadena, durante il TCA (il tour della Television Critic Association, la più importante rassegna dedicata alla tv) ha presentato in anteprima la miniserie coprodotta da Sky con Paramount Television, Anonymous Content e Smokehouse Pictures. E per un giorno intero ha affrontato senza timore giornalisti arrivati da tutto il mondo. Era appena uscito un ritratto del Telegraph che elevava a ”coppia più potente del mondo” Clooney e la moglie Amal Alamuddin (avvocato specializzato in diritto internazionale e diritti umani, 17 anni meno di lui, fresca nominata dal Ministro degli Esteri del Regno Unito, Jeremy Hunt, sua inviata speciale per la libertà di
stampa nei paesi in cui ci sono leggi contro i media).

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E oltre a parlare del suo lavoro da filmmaker, ha fatto volentieri digressioni sociopolitiche. Su come Meghan Markle, moglie incinta del Principe Harry, sia perseguitata da paparazzi incoscienti, come se l’incidente di Diana non avesse insegnato niente a nessuno; e sul perché vada boicottato il sultano del Brunei, proprietario del Beverly Hills Hotel (uno degli alberghi più importanti di Los Angeles e più usato dall’industria dell’entertainment) per avere fatto inserire nel codice penale del suo Paese la
lapidazione per i reati di omosessuaità e adulterio. Ma poi tornando a parlare del romanzo, George ha aggiunto: «Catch-22 invece ha superato brillantemente l’esame della memoria. Certo nella rilettura ho notato cose diverse, legate alla mia sensibilità attuale, piuttosto che a quella di un adolescente, ma il giudizio di fondo è lo stesso: è divertente, ma anche spaventosamente serio, intelligente, istruttivo e soprattutto attualissimo (e con la mano ha fatto finta di asciugarsi il sudore della fronte, come dire:
pericolo scampato, Nda).

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Clooney ha anche trovato il tempo di prendersi amabilmente in giro: in quella stessa sala, 25 anni prima, aveva presentato il primo episodio del serial E.R. – Medici in prima linea, in cui indossava il proverbiale camice del pediatra Douglas “Doug” Ross. Sono tale e quale, no?», ha chiesto passandosi una mano fra i capelli sale e pepe. Oggi George Clooney non è più soltanto un bel divo, ma un filmmaker completo come ce ne sono davvero pochi: ha vinto un Oscar come attore non protagonista per Syriana e uno come
produttore per Argo, e fra altre otto nominations ci sono anche quelle per la migliore sceneggiatura non originale (Le idi di marzo) come miglior regista (Good Night, and Good Luck).

 

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E ha riso di gusto alla domanda se non si sia sentito un po’ come Orson Welles, che nella
versione cinematografica del 1970 di Mike Nichols, non si limitò a fare la sua prevista comparsata, ma abusando della sua fama, cercò praticamente di scippare il controllo dell’intera operazione. «In realtà ho fatto l’opposta, mi sono imboscato…». Ironia a parte Clooney avrebbe dovuto interpretare la parte dell’antagonista, il terribile e stolto colonnello Cathcart, che per diventare finalmente generale cerca di ingraziarsi i pezzi
grossi del Comando, alzando di continuo il numero di missioni di volo stabilite per ogni
pilota prima del congedo, facendo uscire di testa il povero protagonista, il mite capitano
John Yossarian. E da lì che nasce il paradosso del comma 22: Chiunque è pazzo puo’ chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo».

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In realtà visto l’impegno di regista (due episodi a testa per lui, Heslov e Ellen Kuras, una delle poche pionieristiche donne ex direttori della fotografia) e soprattutto di produttore esecutivo di un progetto in cui la logistica delle location e la cronologia delle scene spesso si intersecavano in maniera non semplice da districare, si è accontenato di un ruolo minore. Decisione che ha benedetto quando ha anche avuto un incidente sulla sua Harley-Davidson sulle strade della Sardegna. Per fortuna al suo posto aveva già promosso sul campo Kyle Chandler, o come ama definirlo oggi, «il nuovo Clooney». E lui si è invece infilato nella divisa dell’ottuso tenente Scheisskopf , (in tedesco suona come “testa di c…”), che malgrado i suoi bizzarri modi fa una imprevista carriera fino a generale, sfruttando a sua insaputa l’unica cosa che lo rende popolarissimo fra i soldati: sua moglie, bella e disponibile.

 

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Clooney che da ragazzo avrebbe voluto seguire la carriera di giornalista televisivo di suo padre Nick (ma una cosa è il desiderio, un’altra il talento »), ora vede un futuro perfettamente parallelo: «Cinema o televisione, a seconda di quello che si adatta meglio al singolo progetto. Il medium non è importante, è la qualità che conta». Lamenta per esempio la rarefazione dei film a basso costo: Un budget di sei milioni di dollari è ancora possibile trovarlo, sono i trenta milioni per il costo delle copie e della pubblicità, che sono diventati insostenibili». Ma il giudizio su Netflix è ancora in sospeso, perché gli sembra che anche quando destina qualche film alle sale, come nel caso di Roma, il capolavoro di Alfonso Cuarón, non nasca da un sincero amore per la qualità della visione, quanto dal pensiero utilitaristico di essere ammessi ai festival. I due suoi prossimi progetti, ancora in via di preparazione, che fanno arte dei temi rilevanti che ormai insegue, sono un film sulla perdita e sull’inevitabilità dell’invecchiare, e una miniserie sul caso Watergate, tornato prepotentemente d’attualità grazie a quelle che chiama «le imprese» del presidente Donald Trump.

MARCO GIOVANNINI