CELL

L’artista Clay Riddell telefona dall’aeroporto di Boston alla moglie Sharon, da cui è separato, per comunicarle alcune buone notizie: ha appena venduto i diritti delle sue strisce di fumetti per un video gioco e vuole tornare a casa da lei e dal loro giovane figlio Johnny, nel New Hampshire. Prima che lei possa dare una risposta, la chiamata è interrotta. Un misterioso segnale comincia a trasmettersi sulle reti dei cellulari, causando, a chiunque usi il telefono portatile, una rabbia omicida. Inseguito da questa orda di persone impazzite fin dentro la metropolitana, Clay si unisce al conducente di uno dei treni, Tom McCourt e insieme, riescono a fuggire dalla città, raggiungendo finalmente l’appartamento di Clay, dove incontrano un altro sopravvissuto, la diciassettenne Alice. Mentre la città di Boston va a fuoco, i tre si dirigono verso nord in cerca della famiglia di Clay.

Tratto dall’omonimo romanzo apocalittico di Stephen King, questa volta autore anche della sceneggiatura, il film è una variante sul tema dello zombie movie. Ma nel film di Williams non abbiamo a che fare con morti viventi, bensì con spaventose masse umane che in preda a una forza oscura e misteriosa si comportano come un gigantesco stormo di uccelli. Anche Cell mette in scena lo spettro dell’omologazione che impedisce alle persone di coltivare un pensiero autonomo, aggiornandolo però ai tempi dei telefoni cellulari, lucchetti delle nostre nuove prigioni e mezzo ideale per il diffondersi di un’epidemia globale. Se il punto di partenza è intrigante, il film non sviluppa nessuna delle buone idee messe in campo e non risponde a domande fondamentali – come si diffonde il virus? perché in quel momento? e perché la gente si comporta come uccelli? – ripiegando invece sul solito e abusato tema della ricerca del figlio da parte del protagonista. E così le riflessioni sulle nostre cattive abitudini sociali spariscono dietro la cara, vecchia lotta per la sopravvivenza.