Domenica 13 Settembre 2020

Venezia 77: la grande giornata di Oliver Stone e Pedro Almodóvar

Oliver Stone: «Le persone ti distruggono se glielo permetti»

«Non provare a cercare quello che vuole la massa, per avere successo». Parola di Oliver Stone, che a queste Giornate degli Autori (non a caso) ha incontrato non solo l’amico Antonio Pisu (presentando il suo film Est- Dittatura Last Minute) ma, in un certo senso, anche Pasolini: il regista di Nato il 4 di luglio ha infatti presentato la sua autobiografia Cercando la luce. Scrivere, dirigere e sopravvivere (La nave di Teseo) nel luogo forse più “pasoliniano” di Venezia 77, Isola Edipo (dove è ormeggiata la barca Edipo Re, appartenuta al regista di Accattone).

A dialogare con Stone, la giornalista Silvia Bizio. E certo non poteva mancare la tappa del Lido nel tour italiano del regista per presentare il suo libro. Una vita (di cui ci narra i primi quarant’anni) che è già di per sé un film, quella di Stone (nato nel 1946 da padre americano e madre francese), e un film parecchio movimentato, come lui stesso la descrive: una storia «di inganni, tradimenti, di farabutti ed eroi, di persone che ti rinfrancano con la loro presenza e di persone che ti distruggono, se solo glielo permetti». Una storia che parla, anche e soprattutto, dei primi passi e successi di un grande regista e sceneggiatore: non a caso l’incontro a Isola Edipo inizia con una clip omaggio che mostra l’Oscar alla sceneggiatura di Fuga di mezzanotte. È il primo successo del trentenne Stone (lì, racconta, «ho sentito che non volevo più scrivere, ma anche dirigere»), ma la sua vita continuerà anche dopo ad essere una «montagna russa» di alti e bassi, come il secondo film da regista La mano, «che ho apprezzato ma che non ebbe successo».

Le oltre quattrocento pagine dell’autobiografia sono appena sufficienti, insomma, per i primi anni di un regista che ha vissuto, e raccontato senza facili compromessi nelle sue opere, alcune delle fasi e criticità più emblematiche della storia e società americana, a cominciare dalla guerra in Vietnam. Non per niente il racconto del regista si chiude proprio con l’affresco su quella guerra, Platoon: una scommessa resa possibile dall’apporto del produttore indipendente inglese John Daly e che culmina con l’Oscar nel 1987, consegnatogli da un idolo dello Stone di allora, Elizabeth Taylor, che poi gli mandò anche un bouquet di rose. E, pur confessando che oggi forse non avrebbe più la forza di girare un film estremo come quello, il regista assicura che la rabbia di allora verso le ingiustizie irrisolte de mondo (e del suo Paese) è rimasta immutata: «quella rabbia mi dà ancora il desiderio di fare film che ci risveglino tutti quanti». Il regista ha quindi presenziato alla proiezione di EST, road-movie al tramonto della dittatura di Ceausescu (nel cast anche Lodo Guenzi de Lo Stato Sociale) che ha aperto la sezione Notti Veneziane – L’isola degli Autori.

Emanuele Bucci

 

Almodóvar: «Propongo il cinema come cura»

«Questa telefonata che non arriva mai e questa donna sola, assieme a un cane anche lui abbandonato, è una situazione drammatica che mi ha sempre interessato moltissimo», ha confessato ieri il regista Pedro Almodóvar alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, «È una situazione che ho vissuto anche io. Mi è capitato di attendere invano».

Il testo The Human Voice, tratto dalla pièce omonima di Jean Cocteau è stato trasfigurato secondo i canoni del regista spagnolo. «Dovevo appropriarmi del testo come aveva già fatto Rossellini quando ha diretto Anna Magnani, ma volevo farlo in modo diverso». La storia è stata resa più contemporanea. «La remissione della donna abbandonata presente nell’originale era eccessiva», ha continuato Almodovar, e l’acquisto di un’ascia da parte della protagonista fa intravedere uno sviluppo inedito della vicenda.

«Devo ringraziare Tilda per la grande complicità che ci ha dato in questo lavoro», ha raccontato il regista spagnolo e la Swinton ne ha approfittato per dichiarare che per lei lavorare e trovarsi fra i fratelli Almodóvar (l’altro era Agostin, il produttore) era un autentico sogno che si realizzava. «Prima di venire qui – ha concluso il regista spagnolo – riflettevo sul fatto che il Covid ci ha costretti a stare tutti a casa che a un certo punto abbiamo visto come una prigione. Quanta fiction abbiamo visto per riempire il tempo e quanto la fiction è necessaria e ci ha aiutato. Per questo propongo il cinema come cura. Ovvero uscire da casa per andare in sala e condividere l’avventura di un film emozionandosi al buio insieme a degli sconosciuti».

Biagio Coscia