I titoli del giorno: Trafficante di virus e i Beatles inediti (nel racconto di Gino Castaldo)

Il racconto di una virologa affermata, Ilaria Capua, ingiustamente accusata di traffico illecito di virus, che nel film Trafficante di virus ha il volto di Anna Foglietta, diretta da Costanza Quatriglio. I Beatles inediti con l’anteprima internazionale di Beatles get back in pillole, cento minuti tratti dalla docu-serie originale Disney + in tre episodi diretta da Peter Jackson. Le due anteprime in programma oggi al Torino Film Festival raccontano due realtà lontane, unite dal clamore e dall’unicità delle loro storie. 

IN QUESTA PAGINA:

  • TRAFFICANTE DI VIRUS di Costanza Quatriglio, con Anna Foglietta
  • BEATLES – GET BACK di Peter Jackson

 

IL TRAFFICANTE DI VIRUS

«Questa non è solo la storia di Ilaria Capua. Il film prende spunto dalla sua vicenda per raccontare una donna che siamo tutte noi”. Partendo dal libro scritto dalla virologa italiana (“Io, trafficante di virus”, edito da Rizzoli), la regista Costanza Quatriglio guarda a una storia tutta italiana, e al femminile. In Trafficante di virus Anna Foglietta interpreta Irene, ricercatrice in un importante istituto zooprofilattico, che affronta epidemie dilaganti tra animali che potrebbero mettere in pericolo anche la salute degli esseri umani. La sua vita cambia quando un’inchiesta giudiziaria la accusa ingiustamente di traffico illecito di virus. Scritta insieme a Francesca Archibugi, dopo la presentazione al Torino Film Festival, la pellicola sarà nelle sale il 29 e il 30 novembre e l’1 dicembre con Medusa, che l’ha prodotta con Picomedia, e prossimamente su Prime Video.
Costanza, cosa l’ha colpita di questa storia?
“La possibilità di raccontare una donna di scienza e il modo in cui il nostro Paese tratta l’intelligenza delle persone e la loro visione di futuro. È una storia emblematica sull’Italia degli ultimi vent’anni. Non sapevo nulla delle vicende della Capua. Tra il 1999 e il 2006 lei ha fatto ricerca sui mutamenti di virus animali che arrivano all’uomo, e questi fatti mi hanno colpito alla luce della pandemia dei nostri giorni”.
La scelta di cambiare i nomi è stata fatta per rendere la storia ancora più universale?
“Io credo che ognuna di noi si possa riconoscere in questa vicenda, al di là della questione dello spillover (il passaggio di un virus da una specie a un’altra, ndr) e della difficoltà di una donna di scienza nel farsi rispettare al pari degli uomini. L’immagine iniziale di lei nuda, all’interno del laboratorio, è una metafora significativa: lo scienziato femmina sotto la lente di ingrandimento del mondo che la analizza”.
Se fosse stata un uomo sarebbe andata diversamente?
“In questa vicenda ci sono diversi aspetti, quello giudiziario, quello scientifico e l’invidia professionale. È difficile che un barone universitario a un convegno scientifico faccia un complimento a un uomo per le labbra o la bellezza, come accade a Irene all’inizio del film. Ma le invidie professionali non dipendono dal genere. Invece la vicenda giudiziaria è profondamente italiana, con tutte le sue distorsioni”.
In questo momento storico c’è maggiore attenzione alle storie delle donne, raccontate anche da donne. È un caso?
“Ogni conquista va monitorata per sopravvivere alla moda. Fino a quando si parlerà delle donne e delle concessioni che ci vengono fatte, allora saremo sempre a un passo dal baratro. È un attimo tornare indietro. Non dobbiamo accontentarci di questo momento di passaggio”.


Lei, che fa documentari, aveva bisogno di un’attrice come la Foglietta che trasmettesse al film autenticità?
“Anna ha fatto un lavoro straordinario attingendo a una memoria emotiva, a ciò che può succedere a una donna, non solo di scienza. Ho lavorato con lei e con gli altri valorizzando quelle linee di confine tra realtà e verità che sono essenziali nel racconto. C’è un sentimento del vero, del dolore, d’amore, dentro un contesto che lascia quel grado di ambiguità, dove tutto non si incasella perfettamente. Ci sono zone di non detto, come accade nella vita di tutti noi”.
Si è confrontata con Ilaria Capua? Ha visto il film?
“Le ho parlato molte volte durante la preparazione. È stato fondamentale per capire certe cose di scienza. Il film lo ha visto, ma bisognerebbe chiedere a lei il suo giudizio. Io sono sempre felice e orgogliosa quando le persone che hanno ispirato le storie che racconto abbracciano quei film e ci si riconoscono”.

Giulia Bianconi

 

BEATLES GET BACK 

A 50 anni dallo scioglimento della band più importante del Pop, Peter Jackson ha confezionato Get Back, tratto da 56 ore di filmati inediti realizzati durante la realizzazione di Let It Be, l’ultimo album del gruppo di Liverpool,  condensati i tre episodi in esclusiva per Disney +. 

E’ assurdo, incredibile, eppur vero. Sono ancora una volta i Beatles a regalarci stupore e meraviglia, a cinquant’anni e oltre dallo scioglimento, decenni dopo aver smesso di creare canzoni memorabili. Il miracolo è potuto succedere grazie a un’eccezionale serie di circostanze che hanno prodotto una situazione alla quale era persino difficile credere. Di fatto, chiuse in qualche magico cassetto, all’insaputa di tutti, c’erano ben 56 ore di filmati e 150 ore di audio inedite, una follia, una roba pazzesca considerando che stiamo parlando del più importante evento dell’intera cultura pop, e che ogni fotogramma, ogni minimo frammento, ogni dettaglio che abbia avuto a che fare con i Beatles nel corso di questi anni si è tradotto in oro puro, è stato sfruttato, ininterrottamente, costantemente, fino all’inverosimile. 

Il mito beatlesiano non si è mai davvero fermato, e senza grandi novità: semplicemente rimasterizzando e ripulendo il materiale classico, aggiungendo al più provini e versioni alternative per arricchire le pubblicazioni. E’ stata ed è una miniera inestinguibile e vivissima ancora oggi. 

Ma qui scatta la singolarità, la magia legata a quella sigla, al fascino ancora scintillante di quelle canzoni che non invecchiano, che sono sempre lì, pronte a essere riscoperte a ogni ricambio generazionale. E c’è anche di mezzo uno strano e misterioso destino, capace di rivitalizzare a ogni momento quella storia. 

In questo percorso epocale nessuno, tantomeno i Beatles si sono preoccupati di quel tesoro accumulato nel giro di pochi giorni, nel gennaio del 1969. La storia è semplice e ampiamente nota. Il gruppo era in crisi, per varie e complesse ragioni. Paul pensò che l’unico modo per ritrovare lo spirito di gruppo fosse quello di tornare a essere una band, spogliandosi di tutte le sovrastrutture e le raffinatezze da studio inventate in quegli anni a colpi di Sgt.Pepper e White album, di riprendere gli strumenti dell’inizio: basso, batteria, chitarre e voci, chiudersi in uno studio di posa e registrare dal vivo il lavoro che poi sarebbe diventato il disco Let it be

Doveva essere un film sincero e veritiero e i quattro decisero che le cineprese e i registratori audio fosssero sempre accesi, e così fu. Il lavoro si divise in una prima parte ai Twickenham Studios, che furono problematici e pieni di dissidi, e in una seconda negli studi della Apple in Savile Row, dove le cose andarono meglio e culminarono nel celeberrimo concerto sul tetto del palazzo. Ne fu ricavato un film chiamato appunto Let it be. Ma le cineprese erano rimaste accese per giorni e giorni riprendendo tutto, giochi, prove, dialoghi, e tutti questi materiali in avanzo sono rimasti chiusi e sigillati, ignoti per cinquanta lunghi anni finchè la Apple non ha riaperto i magici cassetti riversando l’enormità di questi inediti sulle spalle di Peter Jackson che, incredulo, si è visto arrivare dal cielo il Santo Graal della musica pop, ovvero i Beatles al culmine della loro carriera e della loro maturità espressiva che fanno cose che nessuno ha ma i visto e di cui abbiamo avuto solo straordinarie indiscrezioni in passato attraverso i bootleg, i dischi pirata che ogni tanto uscivano da non si sa dove. Il materiale è talmente vasto ed esplosivo che alla fine si è deciso di farne non più un semplice film ma una serie, significativamente intitolata Get back, come una delle canzoni cantate sul tetto di Savile Row, tre puntate di due ore ciascuna, in tutto sei ore di Beatles inediti, ovvero qualcosa che nessun fan avrebbe neanche lontanamente sperato potesse accadere, creando un effetto paradossale. 

Nel 2021, in definitiva, esce la più bella cosa in assoluto mai vista sui Beatles da quando si sono sciolti, cinquant’anni di cassetti blindati per regalarci oggi un’emozione imprevista e impareggiabile. I Beatles sono tornati o forse, sarebbe meglio dire, non sono mai davvero andati via.

Gino Castaldo