DIAMO A MASSIMO QUEL CHE È DI MASSIMO

Ho conosciuto la prima volta Massimo Troisi nel 1989 a Venezia. Era in concorso alla Mostra del cinema con Che ora è di Ettore Scola. Vinse la Coppa Volpi come miglior attore protagonista ex aequo con Marcello Mastroianni. Raramente un premio mi era sembrato più giusto, più sensato di quello.

Non solo perché la storia di un padre e di un figlio che si ritrovano era bella. Ma soprattutto perché Massimo e Marcello avrebbero meritato di vincere ogni premio: il Nobel, il Pulitzer, la Coppa Davis. Erano due attori fantastici e due persone meravigliose. Erano lievi e un po’ marziani nel tempo che gli era dato di vivere. Trasmettevano un senso di alterità rispetto alla banalità delle cose correnti. Avevano gli occhi buoni, perché erano buoni. Uno aveva, nella vita, sofferto e tanto. Ed era il più giovane dei due. All’altro la natura aveva fatto regali fino a dissiparsi: bello, elegante, spiritoso, con una cornucopia di talento nel sangue. Insieme erano un prodigio. Come quando Charlie Chaplin e Buster Keaton suonano, l’uno il violino e l’altro il piano, in Luci della ribalta. Come quando Jack Lemmon e Walter Matthau dividono l’appartamento in La strana coppia. Ma la cifra di quelle due persone era la tenerezza. La incredibile tenerezza. Per Troisi era scritta nel volto sempre più scavato, nella sofferenza fisica che si portava addosso, nel sorriso che non demordeva. La più banale delle letture vuole che in tutto questo ci fosse Napoli, lo spirito di una città dolente e impunita e che ci fosse persino Pulcinella, che Troisi interpretò in un altro film di Scola, Il viaggio di Capitan Fracassa.

Ci si piegava in due dalle risate, all’inizio della carriera di quel ragazzo di San Giorgio a Cremano, sentendolo invocare San Ciro con la Smorfia, o teorizzare, in Ricomincio da tre, che i figli bisogna chiamarli con nomi corti, tipo Ugo, altrimenti vengono maleducati. Oppure citare la famosa lettera di altri due geni, Totò e Peppino, in Non ci resta che piangere, quando gli capitò di recitare con Roberto Benigni, folletto leggero. Ma Troisi era un attore a tutto tondo. Io sono innamorato del suo ultimo film, Il Postino, in cui Massimo era stremato, ma intenso e dolce. Stava male, il suo cuore bislacco gli rendeva tutto difficile, ma teneva a finire quel film. Teneva a quella storia, all’amicizia del portalettere Mario Jiménez con Pablo Neruda, come fosse la più importante alla quale avesse dato volto e vita. Maria Pia Fusco ha raccontato su Repubblica che al termine della faticosa lavorazione, sali e scendi tra Salina e Procida, lui brindò, col resto della troupe, dicendo queste parole: «Vi amo tutti, non vi dimenticate di me». E noi, che lo abbiamo amato, non ci siamo dimenticati di lui. Di Massimo Troisi, uno dei più grandi attori cinematografici italiani di sempre.