Dilili a Parigi, il raffinato viaggio nella Belle Époque di Michel Ocelot che parla all’oggi: la recensione

Dilili a Parigi

Michel Ocelot si conferma un artigiano-poeta-artista di originalità straordinaria con Dilili a Parigi, in sala dal 24 aprile. Ecco la nostra recensione.

SCHEDA TECNICA –  Dilili à Paris Francia, 2018 Regia Michel Ocelot Distribuzione MoviesInspired Durata 1h e 35′

LA STORIA – Nella Parigi della Exposition Universelle (1899, quella della costruzione della Torre Eiffel), la giovanissima ed educatisisma kanaka Dilili, che parla un francese così forbito da stupire, stringe amicizia con il bel garzone Orel che con il suo triciclo la porta a conoscere la città. Nel contempo la Ville Lumière è teatro di una serie di angosciosi rapimenti di bambine e di altri crimini ad opera dei Maschi Maestri. Ma cosa vuole in realtà questa setta super protetta che gira con l’anello al naso? La minuscola e determinata Dilili, con l’aiuto di Orel e della celebre soprano Emma Calvé, si mette a indagare, proprio mentre la losca banda progetta il suo sequestro.

L’OPINIONE – In forma di deliziosa favola (come sempre), il 75enne Michel Ocelot si conferma un artigiano-poeta-artista di originalità straordinaria. Dopo i deliziosi Kirikù e la strega Karabà (1998, che ebbe due sequel: Kirikù e gli animali selvaggi, 2005 e Kirikou et les hommes et le femmes, 2012) e Azur e Asmar (2006), torna in Italia grazie alla Movie Inspired, con un personaggio della Nuova Caledonia che è anche il segno di uno spaesamento culturale-antropologico che vuole parlare all’oggi (troppo chiara per essere accettata in patria, troppo scura per essere assimilata in Europa). In realtà è anche l’occasione per un viaggio che solo la leggerezza del tocco rende non didascalico nella incantevole Parigi della Belle Epoque, tra fondali di cartolina (luoghi famosi, interni arredati in stile Deco) e tante celebrità in azione: come Picasso, Proust, Tolouse Lautrec, Monet, Eva Curie, Pasteur, solo per citare i primi che vengono in mente.

 

Anche la trama, che divide nitidamente il bene dal male, i buoni dai cattivi (a parte il muscoloso LeBeuf, dal cognome programmatico), sembra una affettuosa citazione di certe avventure da feuilletton che andavano di moda tra le sartine e i portinai di fine Ottocento. La tecnica di Ocelot è squisitamente bidimensionale, coloratissima, di segno nitido e delicato; a dar rinforzo provvede anche il team (parigino) Mac Guff (una parte di loro ha realizzato Cattivissimo Me e i Minions), a cui si deve quel tocco computerizzato che amalgama e fortunatamente non infastidisce. Chissà se i piccoli spettatori, assuefatti al puccettoso standardizzato dei cartoons americani, lo apprezzeranno come merita. Forse è più facile per gli adulti acculturati, deliziati dal riconoscere tanti vip in galleria e ammaliati da un raffinatezza mai supponente o snob.